Armonie piccole o piccole armonie?

Sandro Raffone mi segnala gli esiti della ricerca di un gruppo di scienziati europei pubblicata su Science.
Sono convintissimo che il rapporto “Aureo”, anticamente applicato in architettura per il dimensionamento delle parti, sia la trasposizione matematica e geometrica di un comportamento naturale.
L’ipotesi platonica secondo la quale tutto, dal micro al macro, è governato dalla geometria, “serve per avvicinare l’uomo a Dio”, diceva, trova finalmente un adeguato riscontro scientifico.
Anche Pitagora starà gongolando nella tomba!

GF

Su “Science”
Il rapporto aureo governa la “musica” quantistica

Per la prima volta è stata messa in evidenza una simmetria nascosta che governa il comportamento alle nanoscale della materia allo stato solido.

Una simmetria nascosta governa il comportamento alle nanoscale della materia allo stato solido. A metterlo in evidenza, lavorando in prossimità dello zero assoluto, è stato un gruppo di ricerca internazionale dell’Helmholtz-Zentrum Berlin per i materiali e l’energia, dell’Università di Oxford, dell’Università di Bristol e del Rutherford Appleton Laboratory, che ne parlano in un articolo pubblicato su “Science”.

Per studiare le singolari proprietà che si manifestano alla scala atomica, i ricercatori si sono concentrati su un particolare materiale magnetico, il niobato di cobalto, nel quale gli atomi formano una sorta di catena che si comporta come una sbarretta magnetica dello spessore di un solo atomo.

Applicando un campo magnetico opportuno agli spin allineati la catena magnetica passa in un particolare stato critico quantistico: “Il sistema raggiunge un’incertezza quantistica, uno stato di sovrapposizione, come quello del gatto di Schrödinger. Ed è proprio questo che abbiamo fatto nel nostro esperimento, portando il sistema in uno stato critico quantistico”, ha detto Alan Tennant, uno degli autori dello studio.

Regolando attentamente il sistema e introducendo artificialmente ulteriore incertezza quantistica, i ricercatori hanno osservato che la catena di atomi si comporta come una corda di chitarra: “Qui la tensione deriva dall’interazione fra spin che li porta a risuonare magneticamente. In queste interazioni abbiamo trovato una scala di note risonanti. Le prime due note mostrano una relazione perfetta fra loro: le loro frequenze sono in rapporto 1,618…, che è il rapporto aureo ben noto in arte e architettura”, spiega Radu Coldea, primo firmatario dell’articolo, che si dice convinto che questa non sia una coincidenza. “Riflette una proprietà di bellezza del sistema quantistico, una simmetria nascosta. Quella, molto speciale che i matematici chiamano E8, di cui questa è la prima osservazione in un materiale.” E8 è un particolare ente matematico, in particolare un gruppo di Lie, che descrive le simmetrie di un oggetto matematico a 57 dimensioni.

Gli stati di risonanza rilevati nel niobato di cobalto – osservano i ricercatori – sono una chiara illustrazione di come teorie matematiche sviluppate per la fisica delle particelle possono trovare applicazione nell’ambito della fisica alle nanoscale e nella futura tecnologia.

“Queste scoperte ci portano a speculare che il mondo quantistico e quello a scala atomica possano avere un loro ordine nascosto. Sorprese analoghe possono aspettare i ricercatori per altri materiali che siano in uno stato quantistico critico”, ha concluso Tennant. (gg)

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E se Vendola fosse l’uomo giusto per l’Italia?

Ospito un intervento dell’amico Pino Tedeschi.

Nella lunga e dolorosa disputa in corso per la scelta del candidato Presidente alle prossime elezioni regionali della Puglia, vorrei dire modestamente la mia opinione, da semplice cittadino che cinque anni fa ha prima votato Nichi Vendola alle elezioni Primarie e quindi alle elezioni Regionali. Ancora oggi sono convinto che il politico Vendola sia non solo una risorsa per lo schieramento di centro sinistra ma per l’Italia: azzarderò che per me è il politico italiano che per cultura, coraggio, impegno e storia personale, somigli di più al presidente americano Barak Obama. Detto questo credo però che abbia commesso qualche errore tattico nella gestione della sua ricandidatura, a cominciare dal voler continuare ad essere il leader politico di una frangia di sinistra nata dall’ennesima scissione del partito di Rifondazione Comunista e precisamente di quella uscita perdente dall’ultimo congresso: al contrario, questo partito (che secondo me è stato fondamentale per la crescita della cultura democratica italiana) aveva bisogno di mettere insieme tutte le componenti e non viceversa. Il consenso di Vendola, tra i cittadini, è alto, lo è stato ancora di più cinque anni fa allorquando è riuscito a porsi non come l’uomo del partito ma come quello del cambiamento, del sogno possibile, saltando gli steccati dell’appartenenza stretta. In questo senso mi sarei aspettato una maggiore autonomia virtuosa nella scelta della squadra di governo rispondendo più alle aspettative dei cittadini pugliesi che ai partiti di coalizione. Si sarebbero evitati, forse, alcuni scandali che, certo, rispetto a quelli del centro destra sono poca cosa ma, si sa, in Italia l’etica politica viaggia a due velocità: basti ricordare che il solo rischio di un avviso di garanzia al Presidente Vendola ha messo in subbuglio l’intero centro sinistra mentre l’avviso di garanzia pervenuto al Governatore della Lombardia, Formigoni, è stato sbandierato dal diretto interessato quasi come una conquista. Sappiamo però che il popolo del centro sinistra è più severo con i propri rappresentanti e occorre fare di tutto per non deluderlo. E questo popolo chiede più unità e meno narcisismo: Vendola, autocandidandosi a guidare nuovamente la Regione, ha compiuto una fuga in avanti certo legittimata dallo status di Governatore uscente, ma che ha avuto l’effetto dirompente in termini di divisioni più che di compattamento; l’ipotesi di due candidati del centro sinistra sarebbe l’ennesima performance “tafazziana “ di cui proprio non si sente il bisogno in un’Italia purtroppo governata da un uomo più che da una classe politica. Se il buon senso dovesse prevalere, Vendola, da una parte, dovrebbe prendere atto che oggi la coalizione è più unita senza di lui e il centro sinistra, dall’altra, dovrebbe iniziare a pensare che forse l’affannosa ricerca di un candidato premier in grado di riconquistare il governo del Paese, non è così impossibile.
pino tedeschi

24 dicembre 2009

Penso a Rudy, Raffaele e Amanda; e se qualcuno di loro fosse innocente?
E’ difficile mentire e sostenere a lungo una tesi sballata quando si è soli a mantenerla; in tre mi sembra molto improbabile mentire “ad libitum” senza incorrere in errori o contraddizioni.
In ogni caso i giudici li hanno giudicati colpevoli del delitti e ne avranno avuto le prove, cosa che, evidentemente, non è dato sapere alla pubblica opinione.
Degno di nota è il fatto che il governo degli Stati Uniti non abbia mai emesso alcun giudizio sull’andamento delle indagini e del processo o, in qualche modo, fatto ingerenze per pilotarne la sentenza.
Al contrario, il processo di garlasco si è chiuso, in primo grado, con una assoluzione. Alla pubblica opinione, in questo caso, sembravano schiaccianti le prove, o almeno gli indizi, offerte dal DNA sul pedale della bicicletta, i file pedopornografici sul computer di Stasi, l’assoluta improbabilità di chiunque altro sulla scena del delitto. Lui era l’unico indiziato e le probabilità di contraddizione erano inferiori.
Gli indizi sembravano affini a quelli che qualche tempo fa avevano permesso la condanna della mamma di Cogne. Almeno per quanto riportato da giornali e trasmissioni e dato in pasto alla nazione.
Dunque sentenze opposte, opinioni differenti, ma nessuno degli imputati ha avuto la possibilità di modificare Leggi o articoli. Nessuno ha avuto la possibilità di non presentarsi in aula per farsi giudicare e nessuno ha invocato immunità di alcun genere. L’opinione pubblica e i giornali hanno accettato serenamente entrambe le sentenze. Insomma, la giustizia ha compiuto il suo corso senza spaccare il paese a metà e soprattutto senza intralciare il compito istituzionale di un governo eletto dai cittadini per fare le leggi per il popolo, per le imprese, per gli operai, per l’economia e magari per un migliore funzionamento della giustizia.

Buona Natale. A tutti, indistintamente.

GFbiglietto-di-natale

Un gesto da condannare…con molti se e ma!

Se i deficienti rappresentanti del popolo fossero meno violenti nelle esternazioni, Massimo Tartaglia, mente istintiva e forse debole, non avrebbe lanciato quel souvenir sul volto del Capo del Governo.
Se i miserabili politici d’accatto che ci governano fossero meno infantili nei finti dibattiti televisivi, Massimo Tartaglia, mente infantile e istintiva, non avrebbe lanciato la miniatura del Duomo di Milano sul volto di Berlusconi.
Se tutta la classe politica attuale fosse meno sprezzante nei confronti delle necessità del paese, alle quali contrappongono auto blu, stipendi da favola, privilegi impensabili per chiunque, manovre losche, affari e corruzione, saremmo tutti meno incazzati e le menti più deboli non lancerebbero statuette contro i capi di governo.
Se i giornalisti svolgessero il loro ruolo, se urlassero meno e riflettessero di più, non ci sentiremmo impotenti e frustrati e non ci sarebbero tanti Massimo Tartaglia desiderosi di lanciare statutette sui denti dell’eletto.
Se non ci vedessimo quotidianamente superati da figli, nipoti, parenti e amici degli amici, sbarrati, costretti, a nessuno verrebbe a mente di tirare una statuetta in faccia al rappresentante più autorevole della causa di tutti i mali.
Se non ci fosse una guerra senza esclusione di colpi in atto per la conquista del potere assoluto, politica, magistratura, banche, che finanziamo ma alla quale dobbiamo solo assistere impotenti e compiacenti, Massimo Tartaglia sarebbe sereno.
Se non vivessimo sulla nostra pelle le ingiustizie della sanità, degli sprechi, delle leggi per pochi intimi, dei condoni, di tangentopoli, di calciopoli, di vallettopoli, Massimo Tartaglia sarebbe accudito e non abbandonato a se stesso.
E’ un segnale. E’ il profondo malessere della gente, che trabocca appena da un vaso pieno fino all’orlo. E’ il gesto sconsiderato di un uomo che si sente perduto, indifeso, nei confronti di tutto ciò.
I problemi saranno veramente seri quando a farlo saranno le menti forti di gente organizzata e determinata. Loro lo sanno, Fini glielo ha detto: ”…a quello lo hanno appeso per il collo…” e piazzale Loreto era lì a pochi passi.
…e poi, se fosse accaduto a Londra poteva andare decisamente peggio!

GFsouvenir di Londra

Questione di latitudine

Diversi anni fa, l’Amministrazione Comunale di Modugno (era Assessore all’Urbanistica Mimmo Gatti – attuale Segretario del PD), promosse un concorso di idee per la riqualificazione della cintura a margine del Centro Antico del paese.
Al gruppo vincitore fu commissionata la progettazione preliminare e in seguito quella esecutiva; ma l’impegno non si fermò qui: furono commissionati un plastico, un documentario e diversi tabelloni per allestire una mostra per portare alla conoscenza di tutti i cittadini quello che si aveva intenzione di realizzare.
L’Ufficio Tecnico Comunale, tramite uno staff di cui facevo parte insieme all’Ing. Petraroli, successivamente, sotto l’impulso politico di Luciano Pascazio, ex Assessore ai Lavori Pubblici, si fece carico di elaborare il progetto per nuovo assetto del traffico e dei parcheggi, propedeutico alla realizzazione di quel programma per il Centro Antico (per il quale era prevista anche la chiusura al traffico veicolare). Se si vuole impedire la circolazione delle auto in un’area vasta come un centro storico si deve sapere prima dove metterle.
Questo piano prevedeva, in sintesi, il potenziamento della rete viaria periferica per il by-pass del traffico pesante che oggi invade il centro, la risagomatura e l’alleggerimento delle strade più congestionate, l’apertura di piccoli raccordi con funzione di drenaggio. Infine, faceva proprie una serie di proposte di parcheggi interrati, da collocarsi a margine del tessuto storico, condividendo questa come la maniera migliore per la soluzione del problema parcheggio dei residenti nel Centro Antico. In questo modo l’intero riassetto urbano diventava organico e funzionale; non si sarebbero spesi, cioè, in maniera dissennata i soldi della comunità per un’opera riqualificativa destinata a restare solo teorica.
Ricordo le parole di Rogers in una conferenza tenuta a Napoli: “l’Italia è la nazione dei progetti che restano sulla carta… i politici ritengono esaurito il loro compito di buoni amministratori prima della realizzazione di un’opera…”.
Anche il mio paese ha confermato questa che ormai è una regola e ne ho capito il perchè.
Ogni politico che si rispetti misura sempre il polso della situazione del proprio bacino elettorale; in questo caso è proprio la gente che rifiuta il riassetto della città così come proposto.
Ho avuto modo di verificare personalmente la prevenzione su quel progetto, in particolare sui parcheggi interrati, intervenendo, su invito, presso alcune associazioni modugnesi. Vi assicuro, è il festival del luogo comune.
Provvedimenti come quelli adottati in tutti i centri urbani europei, ma anche in città italiane centro-settentrionali a cominciare da Perugia, qui al sud sono istintivamente rifiutati.
Ho visitato moltissime città tedesche, austriache, svizzere e spagnole; l’orientamento costante è quello di far sparire le auto che deturpano il volto delle città e inquinano, allocandole in micro-parcheggi interrati, quindi invisibili e scarsamente invasivi, in ogni piazza o largo urbano.
In questo modo il centro di Vienna è diventato una straordinaria area verde. Le bellissime piazze e le architetture del centro di Monaco di Baviera sono godibili passeggiando a piedi. Valencia, Madrid, Barcellona, Siviglia, fino al meraviglioso esempio di Bilbao, dove un tram elettrico scorre silenzioso su binari occultati da un prato inglese, possono offrire a chiunque uno spettacolo di civiltà attuato con scelte politiche coraggiose, rispettate e condivise dai cittadini.
Ma la civiltà è forse una questione di latitudine e noi siamo messi malissimo… geograficamente intendo.
Gli esempi sono altisonanti, ma per cominciare a fare rivivere i nostri paesi non occorrono duecento parcheggi, ne basterebbero quattro o cinque.
Ci occorrono scelte che non siano preda dell’ostracismo provinciale, operate da amministratori temporanei svincolati da ossessioni carrieristiche. Servono “manager pubblici” che non siano ostaggio del voto di riconferma o di risalita politica, lontani da logiche populistiche che purtroppo pervadono cittadini inconsapevoli e anche giustamente terrorizzati dall’andamento degli appalti pubblici.
Ci serve l’informazione.
Ci serve capire che vivere una giungla di lamiere fumanti, velenose e maleodoranti non può essere il luogo in cui vogliamo vivere.

Tram a BilbaoGF

La fuga dei cervelli

Lo scorso lunedì, sulla prima pagina di Repubblica, in una lettera aperta, Pier Luigi Celli, Direttore Generale dell’Università privata LUISS, esorta il figlio Mattia a lasciare l’Italia in quanto paese corrotto e senza futuro.
Pier Luigi Celli è un componente di quel piccolo esercito di “fortunati” che si rimpallano le cariche più prestigiose di questa Italia corrotta e senza futuro.
Direttore Risorse Umane dell’ENI dal 1985 al 1993.
Direttore del Personale e Organizzazione in Enel dal 1996 al 1998
General Manager dello start-up di Omnitel e Wind.
Direttore Generale della RAI dal 1998 al 2001.
Presidente di IPSE2000 dal 2001 al 2002.
Responsabile della Direzione Corporate Identity della Unicredit dal 2002 al 2005.
Dal 2005 a oggi, come dicevo, DG della LUISS.
“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio”.
Egregio Signor Celli, siamo in tanti ad avere finito l’Università ma, mi creda, in tempo e bene, salvo rarissime eccezioni, lo ha fatto solo chi di noi portava un cognome come il suo. Siamo in tanti a non avere avuto un padre “fortunato” che ci indicasse la strada.
Abbiamo creduto, sbagliando e facendoci male, che una infinitesima fetta di torta fosse riservata ai meritevoli.
Mi creda, neanche le briciole.
Se mio padre avesse potuto accedere alla prima pagina di Repubblica e fosse riuscito a scrivere due parole per me, sicuramente non sarebbero state le stesse, ipocrite, formulate da Lei.
Mio padre mi avrebbe esortato a restare.
Mi avrebbe convinto a rifondare il paese con il pensiero e le idee per ridicolizzare il vuoto interiore dei “fortunati” figli dei Direttori Generali.
Mi avrebbe mostrato la strada, quella vera, dimettendosi dalle cariche, non accettando poltrone politiche come tutte quelle su cui Lei è stato comodamente seduto.
Gliela dico tutta, sarà anche capace di raccomandare Suo figlio così come è stato capace di accettare le raccomandazioni per tutte quelle nomine ricevute!
Purtroppo per Lei, riconosco, nelle Sue, le parole di quella ristretta lobby di sinistra, snob e un po’ fighetta, convinta di essere intellettuale e irreprensibile, che sta avvelenando l’Italia da almeno un cinquantennio occupandone e gestendone i gangli del potere.
Mi fa rabbia, mi creda, non per me stesso che ormai so, ma per tutti quei figli che ci crederanno, avere la certezza che Mattia Celli, al rientro se deciderà di partire, subito se deciderà di restare, siederà su una di quelle poltrone che il suo “fortunato” padre gli avrà, comunque, predisposto e per la liberazione delle quali non avrà mosso un solo dito.
Egregio Signor Celli… ma ci faccia il piacere.

GFcelli-pierluigi

Ricorderemo tutto!

Proviamo a guardare qualche risultato, è un esercizio che di tanto in tanto fa bene alla salute…e alla memoria.
Tutte le forze politiche sostengono da anni che le Province sono enti inutili e vanno eliminati. Il risultato di dibattiti, convegni e tavole rotonde, che vedono tutti d’accordo, è che il numero delle Province aumenta.
Tutte le forze politiche sostengono da anni che i privilegi e gli stipendi dei parlamentari sono fuori dai normali canoni e che andrebbero drasticamente ridotti. Risultato: occorre dirlo?
Le prigioni esplodono? La risposta è l’amnistia o l’indulto. Meglio migliaia di delinquenti per strada (votanti) che progettare e realizzare nuovi penitenziari o ampliare quelli esistenti. Occorrerebbe decidere e prendere impegni seri e duraturi nel tempo.
Le università sono ridotte a livelli da terzo mondo per proposta didattica e prestigio degli insegnanti? Si tagliano i fondi. Non si affronta una ristrutturazione che parta dalla selezione e reclutamento a tempo dei migliori cervelli reperibili sul campo. Non si modificano le commissioni composte dai soliti baroni che si spartiscono i posti disponibili, si cacciano i precari che per le Università sono linfa vitale.
Tagliano i fondi per la ricerca e li riversano per finanziare le ronde e i giornali di partito incapaci di vendere una sola copia!
Non si lotta per l’evasione e l’abuso edilizio, si incentiva con scudi e condoni, mentre uno zoccolo duro di idioti e dipendenti osserva fino in fondo il proprio doveri privato da qualsiasi diritto.
Tutte le forze politiche si indignano per le malefatte e le collusioni di parlamentari e amministratori con la malavita organizzata: da oltre 22 anni la Giunta della Camera non concede le autorizzazioni all’arresto.
Per non parlare della galassia berlusconiana e della guerra coi giudici del Presidente del Consiglio, disposto a tutto, anche a mandare in frantumi un intero sistema giudiziario, pur di evitare la condanna e la sconfitta personale. Non che questo sistema funzioni e lo si voglia difendere o mantenere così, bene inteso, ma sarebbe come dire: i treni e gli aerei arrivano in ritardo? Bene, non ristrutturiamo linee, stazioni ed aeroporti ma facciamo scendere i passeggeri quando si supera l’ora di ritardo. Tutto pur di non prendere la responsabilità storica di una ristrutturazione seria che toccherebbe gli interessi degli “amici degli amici”.
A noi semplici cittadini/spettatori resta la memoria. Unica arma a disposizione. Non crediamoli e non votiamoli mai più!

GFnon è possibile...

La 25^ ora

“Trovarono il cane nero addormentato sul ciglio della West Side Highway, immerso nei suoi sogni da cane. Una povera bestia sciancata, l’orecchio sinistro ridotto in poltiglia, decine di bruciature di sigarette sulla pelle: un cane da combattimento abbandonato alla mercè dei topi”.
(David Benioff – “La 25esima ora”)

David Benioff è l’autore de “La 25esima Ora”, il romanzo da cui Spike Lee ha tratto il film proiettato nell’ambito della rassegna “Incontri e dibattiti aperti alla città” (Laboratorio Cinematografico – Fidapa). La prima immagine che Benioff dà ai suoi lettori è quella del cane morente. Forte, giovane, muscoloso, ma umiliato, ferito, ormai alla mercè dei topi e delle mosche.
A quel cane l’autore affida l’immagine straziata del protagonista e della sua città all’indomani dell’11 settembre.
Monty Brogan, interpretato da un ottimo Edward Norton, è uno spacciatore molto conosciuto nell’ambiente cittadino che, dopo avere conosciuto Naturelle Rivera, una bellissima portoricana (Rosario Dawson) molto più giovane di lui, decide di ritirarsi dalla scena. Una soffiata lo tradisce e la polizia gli trova in casa un sacco di soldi e qualche chilo di droga; per questo prende sette anni di galera. La storia si basa sulle ultime 24 ore di vita da uomo libero, più un’ora fatta di possibilità sognate ma non realizzate.
I fasci di luce che prendono il posto delle torri gemelle e il cratere che deturpa Manhattan come una enorme ferita aperta, forniscono le metafore ricorrenti nel geometrismo usato per le riprese e per la cruenta quanto forzata scena della scazzottata da parte dell’amico Frank (metafora che se considerata fino in fondo potrebbe indurre a supposizioni più o meno fantasione circa gli autori degli attentati), utile per evitare la violenza sessuale in prigione.
Ma veniamo alla geometria, mia personale deformazione professionale e ossessione quotidiana: la macchina da presa, durante tutto l’arco delle 24 ore, riprende quattro luoghi fisici della città, sempre dagli stessi punti di vista e rispettivi controcampi. La banchina sull’Hudson, l’ingresso di casa di Monty, la stessa casa e il commissariato, si rimpallano le scene senza nulla concedere a luoghi e percorsi non delineati o alternativi. Unica digressione i flash back su due episodi del passato: l’incontro con Naturelle e l’irruzione in casa da parte della polizia.
Durante la 25^ ora, al contrario, la camera si libera dai vincoli, cresce, vola nel cielo sopra il deserto, descrive paesaggi e scenari surreali cercando e trovando l’unico riferimento certo e ricorrente nella bandiera statunitense fissata sulla carrozzeria dell’auto (è il riferimento più dignitoso, lirico e “in interioribus” che la cinematografia abbia fatto all’indomani della tragedia che ha cambiato il corso della storia); lo fa attraverso le parole del padre che racconta come potrebbe essere la sua vita se decidesse di fuggire, ricominciando la sua esistenza sotto un altro nome, con un’altra identità.
Un giorno potrebbe ricongiungersi con la sua amata, avere una vita normale, persino dei figli.
Ma il sogno si sbiadisce sempre di più, rivela tutta la sua irrazionalità, la sua impraticabilità, fino a farci ritrovare la faccia tumefatta di Norton, mentre guarda fuori dal finestrino dell’auto che lo sta portando al carcere.
Purtroppo le ore, nella realtà, sono solo ventiquattro.
Spike Lee organizza un tempo ridondante e dilatato, ma geometricamente controllato, per quelle particolarissime ore che separano il protagonista dalla galera, dando poi libero sfogo ai sogni, alle illusioni, ai progetti, di una vita difficile e probabilmente segnata dalla nascita. Profondissima la considerazione fatta, con gli amici di sempre (un broker di Wall street e un insegnante) e dal solito punto di vista sull’Hudson, sulla invidiabilità del lavoro svolto dal guidatore di battello su e giu lungo il fiume per tutta la vita.
Memorabile la sequenza in cui Monty distribuisce, in linea con la ridondanza dello spazio-tempo in disperata dilatazione, il suo “fuck you” al crogiuolo di razze presenti in città e a se stesso rivolto allo specchio.
Un film che, a mio parere, può considerarsi molto vicino alla perfezione per armonia, gusto e intensità, magistralmente amalgamati dal contrappunto musicale di Terence Blanchard.
Superbo!

GF
25hour

Il buco nero

Se dico Mafia, oppure Camorra o ‘Ndrangheta, evoco organizzazioni criminali ben radicate nel territorio, che per questo contano sull’appoggio di un gran numero di persone addirittura in grado di rigenerarle nel tempo. Hanno radici storiche che nella loro evoluzione si sono diramate in ogni settore nevralgico della società, compreso quelli istituzionali. Tutto questo, ormai, non ci meraviglia e non fa notizia.
Esiste, o è esistita, non è ben chiaro, un’altra organizzazione criminale che invece meraviglia e molto per potenza, organizzazione e infiltrazione insospettabili: la “banda della Magliana”.
Sarà il nome, meno altisonante e più da rubagalline, sarà la relativa giovinezza e il limitato raggio d’azione, ma nessuno può arrivarne a sospettare il grande giro di alleanze e collusioni con Mafia, Camorra, ed apparati più o meno deviati dello Stato.
E’ un “buco nero” nel quale si tende a convogliare ogni episodio controverso della storia della Repubblica o è la realtà?
La banda della Magliana nasce a Roma alla fine degli anni settanta, in seguito a un casuale incontro dei due capi storici Franco Giuseppucci, er negro, e Enrico De Pedis detto renatino. Il nome è quello del quartiere di provenienza. Dopo gli episodi iniziali fatti di rapine, furti ed estorsioni, il gruppo si evolve attraverso legami nel mondo politico e finanziario; stringe legami con la Loggia P2 tramite Licio Gelli e addirittura con il Vaticano e Monsignor Marcinkus.
La banda è responsabile dell’omicidio Pecorelli ed ha un ruolo nell’assassinio del banchiere Roberto Calvi; un arsenale di armi di proprietà dell’organizzazione fu trovato nei sotterranei del Ministero della Sanità dove era custodito. Fu coinvolta nella scomparsa di Emanuela Orlandi, episodio mai chiarito che si ritiene legato all’attentato a Giovanni Paolo II, del quale si continua a discutere.
Inoltre, la banda ebbe rapporti con l’estrema destra italiana degli anni di piombo rappresentata dai Nuclei Armati Rivoluzionari dei quali facevano parte i fratelli Fioravanti e Francesca Mambro, accusati di essere gli autori materiali della strage della stazione di Bologna.
I contatti con i NAR e soprattutto quelli con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, furono organizzati con l’intermediazione di Aldo Semerari, noto criminologo che falsificò innumerevoli perizie per omicidi a carico dei componenti della banda, che fu trovato decapitato nel 1982 a Ottaviano probabilmente a causa di medesimi accordi presi con gli antagonisti alla NCO.
I due capi storici, Giuseppucci e De Pedis, furono uccisi a Roma da esponenti di una banda rivale; la particolarità che testimonia i rapporti con il Vaticano riguarda la sepoltura di De Pedis, fino a quel momento concessa solo ad alti prelati, avvenuta nella Basilica di Sant’Apollinare.

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Il pranzo luculliano

Riporto uno scritto del coordinamento dell’IDV di Modugno, al quale aggiungo un breve commento utile alla comprensione della vicenda.
Frequento le riunioni della sezione cittadina dell’Italia dei Valori da un anno. Conosco personalmente tutti i componenti del gruppo, alcuni dei quali sono miei amici di vecchia data, e posso garantire sulla correttezza, buona fede e voglia di cambiare le sorti in cui versa la politica locale, che ne anima l’azione politica.
Da oltre un anno, però, proprio quella azione politica è rimasta stagnante in conseguenza dell’accordo con la maggioranza, formata da PD e UDC, oltre alle sinistre, e la innaturale attesa della ormai tristemente famosa “visibilità” che ogni partito ricerca all’interno di una coalizione. Ma è un malvezzo, questo, che non si addice a un partito che nasce con la missione di spaccare la illogicità delle logiche politiche.
Per questo la dialettica interna, nel corso di questo anno, non si è mai placata sulla opportunità o meno di “sedere a quel tavolo”, dove occorreva condividere un progetto politico, se esistente, oltre alle “portate”.
La stagnazione politica risultante ha avuto i suoi riflessi peggiori su tutte quelle iniziative e denunce che IDV avrebbe dovuto fare sul territorio, per la gente e contro il malaffare politico.
Probabilmente adesso si riprenderà a correre veloci e liberi.

GF

LA CITTA’ CI SPUTERA’ ADDOSSO
“Scusate per il titolo che, per quanto metaforico, resta forte, ma non riusciamo a trovare altre espressioni per sintetizzare il pericolo a cui l’attuale classe politica modugnese va incontro. Sottolineamo quel “ci” con cui non intendiamo tirarci fuori dalla condivisione di responsabilità politica essendo stato, il nostro partito, un convinto sostenitore di Rana nel 2006: capiamo che in un’ottica di coalizione occorre saper fare “gioco di squadra” rischiando persino di snaturare la propria “mission” politica; con gli anni Italia dei Valori ha quindi messo da parte toni “inquisitori” ed “oltranzisti” per proporsi come forza critica ma responsabile, “sedendo al tavolo”. Il rischio, ripetiamo, era quello di perdere di vista linea e obiettivi propri di un partito che fa dell’etica politica il suo principio ispiratore, ma ritenevamo che ne valesse la pena, nella convinzione che i partiti, per quanto in crisi, rappresentino ancora lo strumento principale per lo svolgimento democratico della vita politico-amministrativa di una comunità.Tuttavia, le ultime vicende dell’amministrazione Rana ci hanno disgustato al punto da alzarci da quel tavolo e dire “non ci stiamo”: ci riferiamo innanzitutto alla continua richiesta, da parte dei partiti, di posti ove collocare i propri uomini (assessorati; deleghe; dirigenti; super dirigenti). L’ultimo provvedimento, quello della nomina del city manager, avvenuta in tutta fretta, previa modifica del regolamento dei servizi, è emblematica di questa condotta; lo è per tante ragioni: aspetto economico, inopportunità politica, tempistica, procedure adottate ma, soprattutto, inutilità: questa figura a Modugno è semplicemente inutile, in considerazione del fatto che il suo principale compito, sovrintendere e organizzare il lavoro dei dirigenti, potrebbe essere svolto tranquillamente dal il segretario generale, figura stabile dell’apparato amministrativo del comune, con notevole risparmio per le casse comunali. Il fatto che si sia proceduto con una scelta tanto impopolare (ed inopportuna) risponde unicamente a logiche di spartizioni partitiche, cioè al fatto che vi è un accordo, firmato oltre un anno fa da UDC e PD, nel quale si pianifica l’assegnazione di alcune alte cariche comunali tra cui Presidenza del Consiglio e Direttore Generale finite, peraltro, ai due candidati sindaci, acerrimi avversari di Rana in campagna elettorale.
E la città con i suoi bisogni? Dimenticata. Lasciata alla sua ventura; finchè il malcontento non si organizza e mostra il suo dissenso: sacrosanto, di fronte a quelle scelte; ne sono dimostrazione le contestazioni avvenute in occasione degli ultimi consigli comunali.Per quanto riguarda nello specifico il partito dell’ IDV, ci tiriamo fuori da questa spartizione e rinunciamo a qualsiasi ruolo che in questo momento assumerebbe il chiaro significato di un “contentino” dato ad una forza politica ritenuta scomoda dall’intera coalizione. Nè cadremo nel tranello di raccogliere la “polpetta avvelenata” che questa sleale coalizione ci sta porgendo al fine, forse, di farci apparire irresponsabili rispetto ai problemi finanziari che vive l’Ente ed in particolare alle rivendicazioni legittime dei dipendenti comunali. “miseria e nobiltà