Di Gaza e della tragedia che, ancora una volta, ha colpito il popolo palestinese non se ne parla più. Potrebbe anche avere un senso visto che i telegiornali devono durare un certo tempo e devono (meglio dovrebbero) informare sulle notizie del giorno. Quello che non ha un senso è che non se ne occupi nessuno, magari negli enormi contenitori pomeridiani riempiti da gente litigiosa e piagnucolosa che tanto piace ai finti giornalisti in vena di carriera nei talk show.
Non ha un senso occuparsene solo quando si spara per poi risalire alle responsabilità con pseudo ragionamenti demenziali almeno quanto questo comportamento.
Solo “Le Iene” hanno mandato in onda un servizio che ci fa capire tante cose sulla realtà di questi giorni e su cosa ci si debba inventare per procurarsi i generi di prima necessità.
La popolazione di Gaza è alle prese con l’elettricità che continua a mancare in grandi aree della città, con il gas che non c’é, l’acqua che scarseggia e il divieto ad oltrepassare il confine. Prigionieri in una terra senza risorse e nella quale è vietato importarne.
Immagino cosa deve essere la ricostruzione, o meglio, prima la rimozione delle macerie, per un paese che non ha nulla ed è soggetto a un embargo totale senza neanche la solidarietà dei paesi arabi vicini che sarebbero additati, dalla grande stampa internazionale, come “stati canaglia”.
Se qualcosa di simile accadesse in Italia, e penso alla ricostruzione post terremoto in irpinia, nel belice, ci vorrebbero una trentina di anni, e forse più, per cancellare, o almeno rimarginare quelle ferite.
Alla enorme insostenibilità di questa situazione va ad aggiungersi il pericolo costante rappresentato dai frammenti di bombe al fosforo bianco disseminati in tutto il territorio, dei quali, oltre ai danni immediati, se ne raccoglieranno negli anni i frutti sotto forma di tumori e malformazioni neonatali.
Potrà mai tutto questo non alimentare altro odio e sentimento di vendetta?
Riporto uno stralcio di testimonianza diretta raccolta da Vittorio Arrigoni.
Testimoni che abbiamo raggiunto parlano di mine posizionate dinnanzi alle macerie delle case di Tal el Hawa. Alcuni artificieri inviati da Hamas le hanno disinnescate e dalla cura con cui ho visto le caricavano sul loro fuoristrada credo che presto anche le brigate di al qassam cercheranno di restituire quei messaggi di morte al loro legittimo proprietario. Sul tetto della casa di Naema il confine israelo-palestinese è mai stato così rimarcato. Da una parte le colline verdeggianti costantemente irrigate dei Kibbutz israeliani, dall’altra l’arsura di una terra saccheggiata di sorgenti e pascoli. Naema mi ha voluto raccontare dei suoi ultimi giorni, una testimonianza olfattiva, tattile e uditiva del massacro, non oculare perché Naema è non vedente. I soldati hanno intimato l’evacuazione del suo villaggio solo una manciata di minuti prima dell’incursione. Gli uomini si sono caricati sulle spalle i bambini piccoli e con le donne sono fuggiti via. Noema ha scelto di restare per non rallentare la loro fuga, si è rifugiata nella sua casa credendosi al sicuro, ed ha accolto con sè i suoi vicini di casa che non sapevano dove rifugiarsi: tre donne, un’anziana, e un vecchio paralitico. Tank e bulldozer hanno sconfinato e iniziato a seminare morte, divorandosi ettaro per ettaro, sino ad arrestarsi dinnanzi all’abitazione di Noema. L’edificio in cui vive è il più alto del villaggio perché posto sopra una collinetta, i soldati di Tshal ritenendolo strategicamente posizionato sono entrati e lo hanno occupato per due settimane. “Sono entrati e puntandoci le armi addosso ci hanno spinto in una piccola stanza, dove ci hanno tenuti rinchiusi a chiave per undici giorni.” Noema continua il racconto: “Durante tutto questo tempo solo due volte ci hanno portato da bere, e il cibo era rappresentato dall’avanzo del rancio dei soldati. Non ci hanno mai consentito di andare in bagno e abbiamo dovuto fare i nostri bisogni in un angolo della stanza. Non ci consentivano di parlare, e venivano a malmenarci quando la notte in cerchio cercavamo di pregare per darci coraggio. A volte venivano a minacciarci facendoci sentire sul corpo le fredde canne delle loro armi, ci intimavano a confessare la nostra alleanza ad hamas altrimenti ci avrebbero ucciso. Ho dato loro il mio telefono cellulare, affinché potessero controllare la mia agenda e le telefonate effettuate. Anche questo gesto non ha arrestato la loro collera.” Al termine dell’undicesimo giorno di prigionia la croce rossa internazionale è finalmente riuscita ad arrivare sul luogo e a trarre in libertà i sei palestinesi dai loro carcerieri. “Non ci hanno permesso di raccogliere niente, a me neanche gli occhiali da sole”, conclude il suo racconto Noema, aggiungendo che una volta tornati a riprendere possesso della loro abitazione, si sono resi conto del furto dei soldati: si sono portati via tutto il loro oro e i soldi nascosti, dopo avere distrutto i loro pochi beni, due televisori, una radio, un frigorifero, i pannelli solari sul tetto. Ho visto lacrimare gli occhi di quella donna nascosti sotto i suoi nuovi occhiali scuri e mi sono parsi i più vividi che abbia mai veduto. In realtà Noema ha scorto coi suoi spenti molte più cose che una giovane della sua età avrà mai l’occasione di vedere, se non ha la cattiva sorte di nascere sopra questa terra martoriata.