Torno a fare alcune considerazioni sull’America, sugli Stati Uniti d’America.
Quella che è considerata la più grande democrazia del mondo, può suscitare pensieri diametralmente opposti che, nel bene o nel male, raggiungono estremi clamorosi rispetto al resto del mondo.
Mi sono soffermato, l’altro giorno, sui sogni che il nuovo presidente Barak Obama sta riportando alla mente e, qualche tempo fa, su quello straordinario romanzo biografico, “Mio amato Frank”, su un difficile periodo della vita del grande architetto americano Frank Llyd Wright.
Forse non è molto noto che anche l’uomo che ha segnato una svolta dell’architettura moderna, fu vittima della follia di uno squilibrato. Un inserviente di Taliesin I, lo studio-comunità di Spring Green, in Wisconsin, in preda ad un raptus omicida, si pensa causato dal suo licenziamento, uccide a colpi di ascia Mamah Borthwick Cheney, grande amore di Wright, e i due suoi figli, oltre al figlioletto del giardiniere due operai e un disegnatore.
Lo stesso Wright sfuggì miracolosamente alla strage perché era, col figlio Lloyd, sul cantiere dei Midway Garden a Chicago.
Di queste stragi l’America ne ha vissute a centinaia; l’ultima qualche giorno fa, in un centro di accoglienza per ospiti stranieri da parte di un uomo che era appena stato licenziato. Tredici morti per un ricorso storico che sembra destinato a ripetersi immutato.
L’anno scorso, nonostante la forte spinta repulsiva generata da un certo spirito di antiamericanismo, devo dire basata più sulla scellerata politica estera che non sulla reale conoscenza di quel popolo, ho visitato per la prima volta gli States che mi sono rimasti dentro come pochi altri luoghi al mondo, tanto da farmi ipotizzare il ritorno per la prossima estate.
Visitando quel non luogo che è Los Angeles, immenso museo all’aperto di architettura moderna, ti accorgi, e ne risenti, della totale assenza di un centro; quando ti sembra di terminare il percorso di una strada, invece di trovare una piazza, uno spazio, un luogo d’incontro, ne inizia un’altra e così via all’infinito. La città, o meglio l’immenso agglomerato urbano, scorre al tuo fianco senza fermarsi.
Per noi italiani, europei in generale, animali convergenti, nati con lo “struscio”, cresciuti con la chiesa in piazza, il campanile, maledettamente sonoro, di riferimento, il comizio, la processione nel centro storico, è una sensazione inedita e non molto edificante.
E’ proprio durante la febbrile ricerca dell’inesistente centro di Thousand Oaks, città (?!) formata da un insieme sterminato di verdissime aziende farmaceutiche, che ho avuto un moto di comprensione per gli autori delle innumerevoli stragi divenute ormai folklore tipico di quelle parti. Estremizzo naturalmente, ma la sensazione di vuoto è palpabile.
Se aggiungi l’assenza dell’antico il quadro psicologico di un cittadino americano, inteso come abitante della metropoli, si inizia a delineare. Puoi arrivare persino a comprendere come si possa bombardare l’abbazia di Montecassino, per esempio, e distruggere il più grande patrimonio mondiale di antichissimi manoscritti, o l’antica Mesopotamia, culla della civiltà.
E come si possa, unici nella storia, sganciare un’ordigno atomico su un territorio abitato.
Non so se il contrasto di personalità, che produce geni come Woody Allen, Coppola, Scorsese, Metheny, Miles Davis, Wes Mongomery, e purtroppo Bush, sia causato dall’assenza di storia, di radici, di centri, ma la riflessione di Mario Botta, “un italiano, uscendo di casa, inciampa su un gradino del ‘700, un americano su una lattina di Coca Cola”, qualcosa, forse, significherà.