Siamo abituati a prendere le notizie in pillole e attraverso una serie di filtri dettati da equilibri politici, a tal punto che se desideriamo sapere la verità su ogni cosa dobbiamo leggerla tra le righe per poi ricercarla da qualche parte. Sulla rete per esempio. Prendiamo la questione mediorientale, ancora una volta di grande attualità e cerchiamo di capirci qualcosa ricostruendone le vicende con l’aiuto di Wikypedia per quanto riguarda la cronologia degli avvenimenti.
La zona assunse straordinario valore strategico (sia economico che militare) a partire dal 1869, anno in cui fu aperto il Canale di Suez, oltre alla presenza di immensi giacimenti petroliferi in tutta l’area e quindi, approfittando dell’esito della prima guerra mondiale, ci fu un’occupazione militare atta a garantire lo sfruttamento da parte dei paesi europei.
Le popolazioni locali, già uniti dalla comune religione islamica, svilupparono una forte identità nazionale in risposta all’occupazione dello straniero.
La Palestina, che fa parte di un’area identificabile tra il Mar Mediterraneo e il Mar Morto, l’Egitto e la Siria e che include, tra l’altro, un’importantissima città come Gerusalemme, sacra per tre importanti religioni monoteistiche, ha dovuto subire l’occupazione britannica, forte di un mandato dell’ONU ma, in realtà, frutto degli accordi franco-britannici Sykes-Picot, mentre l’area siro-libanese fu assegnata alla Francia.
A partire dagli anni trenta e ancor più dopo il termine del II conflitto mondiale e la tragedia dell’Olocausto, la Palestina vide fortemente alterata la sua composizione demografica, con la minoranza ebraica avviata a diventare maggioranza grazie all’acquisto di terreni reso possibile dai fondi concessi ai profughi ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista.
Nel 1948, a seguito di un’apposita risoluzione delle Nazioni Unite, su tali terre fu dichiarato lo Stato di Israele, con una prima emigrazione arabo-palestinese verso le nazioni limitrofe, fortemente incrementata in seguito alla sconfitta patita nel primo conflitto arabo-israeliano, scatenato l’indomani della dichiarazione d’indipendenza israeliana dagli Stati arabi dell’Egitto, della Siria, del Libano, della Transgiordania e dell’Iraq.
Intorno alla metà del secolo si è messo in moto il progetto ebraico mirante a porre fine alla propria millenaria diaspora, frutto di innumerevoli persecuzioni, e a riunificare la nazione permettendo il suo ritorno alla “terra promessa”, citata dalla Bibbia, dalla quale era stata espulsa dall’Imperatore romano Tito.
Tale progetto venne definito “Sionismo”, dal nome del colle Sion dove sorgeva la rocca di David, metafora del nuovo Stato ebraico, al grido “A Land Without People for a People Without Land”, a negazione della presenza di una significativa popolazione preesistente all’arrivo dei primi coloni ebrei.
Sdrammatizzando, mi viene in mente una frase di Roberto Benigni, a proposito della colonizzazione dell’America da parte dei conquistatori europei, nel film “Non ci resta che piangere”: “è come se tu vai in Puglia e dici: ho scoperto la Puglia! Ma sono duemila anni che ci sono i pugliesi!”
E’ la metafora del colonialismo di sapore squisitamente occidentale.
Ma torniamo ai fatti. Grazie all’appoggio della Gran Bretagna (che vedendo di buon occhio la possibilità di insediamenti nella zona di popolazioni provenienti dall’Europa, diede riconoscimento ufficiale agli ebrei immigranti dall’Europa del diritto di formare un Focolare nazionale in Palestina con l’allora Ministro degli esteri Arthur Balfour) e alla grande disponibilità economica di cui godevano alcuni settori delle comunità ebraiche, furono poste le basi per la graduale penetrazione in Palestina, grazie all’acquisto da parte dell’Agenzia Ebraica di terreni da assegnare a coloni ebrei originari dell’Europa e della Russia, per poter poi conseguire la necessaria maggioranza demografica e il sostanziale controllo dell’economia che potessero giustificare la rivendicazione del diritto a dar vita a un’entità statale ebraica.
La popolazione arabo-palestinese, sentendosi minacciata dalla crescente immigrazione ebraica, dette vita intanto a movimenti nazionalistici che miravano a stroncare sul nascere quella che era considerata una vera e propria minaccia d’origine straniera.
Con la fine della guerra, grande fu il dibattito tra le maggiori nazioni vincitrici per decidere il futuro di queste zone; la Russia, dopo la rivoluzione d’ottobre, era uscita anticipatamente dal conflitto con la pace di Brest-Litovsk voluta da Lenin, e pertanto non fu coinvolta in questa esperienza, che difficilmente potrebbe non essere definita come una forma di neo-colonialismo internazionale. L’Italia, per la tradizionale debolezza della sua politica estera, fu anch’essa tenuta fuori dalle decisioni di riassetto internazionale.
Dopo la Grande Rivolta Araba e i falliti tentativi di divisione della Palestina in due Stati, sollecitata dalla Commissione Peel, la Gran Bretagna si pentì di aver sostenuto il movimento sionista, che mostrava aspetti inquietanti e violenti, e cominciò a negare al sionismo quel discreto appoggio politico che fin lì aveva garantito. Ciò indusse pertanto gli ebrei palestinesi a cercare negli Stati Uniti quello che fino ad allora aveva concesso loro l’Impero britannico.
Con la seconda guerra mondiale gli ebrei si schierarono con gli Alleati mentre molti gruppi arabi guardarono con interesse l’Asse, nella speranza che una sua vittoria servisse a liberarli dalla presenza britannica. L’esito del conflitto non valse perciò a modificare la situazione di stallo che sfavoriva la popolazione araba, ancora maggioritaria.
Nel 1947 la Gran Bretagna, provata dalla guerra mondiale e da una serie di attentati, tra cui l’attentato sionista dell’Hotel “King David” di Gerusalemme e dell’Ambasciata britannica a Roma, decise di rimettere il Mandato palestinese nelle mani delle Nazioni Unite, cui venne affidato il compito di risolvere l’intricata situazione.
L’ONU dovette quindi affrontare la situazione che dopo trent’anni di controllo britannico era diventata pressoché ingestibile, visto che oramai la popolazione ebraica costituiva un terzo dei residenti in Palestina, anche se possedeva solo una minima parte del territorio (circa il 7% del territorio, contro il 50% della popolazione araba e il restante in mano al governo britannico della Palestina).
La definitiva risposta delle Nazioni Unite alla questione palestinese fu data il 25 novembre 1947 con l’approvazione della risoluzione 181, che raccomandava la spartizione del territorio conteso tra uno Stato palestinese, uno ebraico e una terza zona, che comprendeva Gerusalemme, amministrata direttamente dall’ONU.
Le reazioni alla risoluzione dell’ONU furono diversificate: la maggior parte dei gruppi ebraici l’accettò, pur lamentando la non continuità territoriale tra le varie aree assegnate allo stato ebraico. Gruppi più estremisti, come l’Irgun e la Banda Stern, la rifiutarono, essendo contrari alla presenza di uno Stato arabo in quella che era considerata “la Grande Israele” e al controllo internazionale di Gerusalemme.
Tra i gruppi arabi la proposta fu rifiutata, ma con diverse motivazioni, alcuni negavano totalmente la possibilità della creazione di uno stato ebraico, altri criticavano la spartizione del territorio che ritenevano avrebbe chiuso i territori assegnati alla popolazione araba (oltre al fatto che lo Stato arabo non avrebbe avuto sbocchi sul Mar Rosso e sul Mar di Galilea, quest’ultimo la principale risorsa idrica della zona), altri ancora erano contrari per via del fatto che a quella che per ora era una minoranza ebraica fosse assegnata la maggioranza del territorio (anche se la commissione dell’ONU aveva preso quella decisione anche in virtù della prevedibile immigrazione di massa dall’Europa dei reduci delle persecuzioni della Germania nazista).
La decisione delle Nazioni Unite fu seguita da un’ondata di violenze senza precedenti da parte dei gruppi militari e paramilitari sionisti, che precipitò nel caos la Palestina nel 1948. Nel medesimo anno Londra ritirò – forse prematuramente – le proprie truppe, lasciando così il Paese in balia del caos e dei gruppi paramilitari. Le organizzazioni combattenti israeliane (che miravano a conquistare il maggior territorio possibile per il proprio Stato, inducendo alla fuga ed espellendo i residenti arabi) e le forze arabe (che miravano a conquistare la totalità del territorio assegnato all’etnia ebraica, di fatto espellendola e bloccando ogni futura immigrazione) si scontrarono così col massimo della violenza e dell’odio reciproco, il tutto ai danni dell’indifesa popolazione rurale e urbana palestinese di entrambe le etnie.
La nascita ufficiale dei due Stati in Palestina era stata fissata dall’ONU nel 1948, ma essa non ebbe mai luogo. Infatti, non appena i britannici ebbero lasciato la zona, la Lega Araba, che non aveva accettato la risoluzione dell’ONU, scatenò una guerra “di liberazione” contro Israele.
Da questo momento in poi è stato un succedersi di guerre e guerriglie. Nel 1956, una offensiva contro l’Egitto, Israele conquistò la penisola del Sinai, che restituì, successivamente, in seguito ad una risoluzione dell’ONU.
Nel 1967, con la guerra dei sei giorni, Israele distrusse le forze aeree e terrestri di Egitto, Siria e Giordania, rioccupando la penisola del Sinai, la striscia di Gaza (che era sotto il controllo egiziano), la Cisgiordania e le alture del Golan che erano sotto il controllo siriano.
Sono questi, tranne la penisola del Sinai che fu restituita all’Egitto in seguito agli accordi di Camp David del 1978, i cosiddetti “territori occupati”, sui quali si insediarono i coloni israeliani. Sono gli anni della nascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina guidata da Yasser Arafat.
Nel 1973, con la guerra del Kippur, furono Egitto e Siria ad attaccare a sorpresa Israele il quale perse il controllo del Canale di Suez e con i successivi accordi di pace, gli stati arabi uscirono definitivamente dalla scena della questione palestinese.
Il conflitto, divenuto guerriglia tra Israele ed il popolo palestinese (soprattutto con il movimento più estremista ed integralista Hamas nato a Gaza nel 1987) e sfociato nell’Intifada, è arrivato fino ai giorni nostri attraverso diverse invasioni del Libano ed innumerevoli azioni di guerriglia.
Nel novembre del 2005 il premier israeliano Ariel Sharon, con un atto unilaterale, restituì la striscia di Gaza all’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Abu Mazen, impegnandosi (prima di entrare in un improvviso quanto misterioso stato di coma) a completare l’opera con la restituzione di altri territori; l’ONU, a sorveglianza dei confini, dislocò una forza di interposizione internazionale.
Questi i fatti, perché ognuno di noi possa farsi una propria opinione, senza dipendere dalle scandalose, ignoranti e frustranti dichiarazioni riportate da testate giornalistiche e televisive. E’ superfluo asserire che la storia del conflitto ci insegna che l’uso della forza serve solo ad inasprire l’odio etnico tra le fazioni in campo, ma il panorama politico formato dai capi di governo che tutti conosciamo, non ha potuto permettere l’instaurarsi del dialogo.
Più che Giusto