A Hong Kong, in transito per raggiungere il Vietnam dove abbiamo trascorso il capodanno, mi ha stupito lo scenario delle centinaia di grattacieli svettanti perfino dalla giungla. Fra i viadotti e qualche nave, la selva in varietà quantità e qualità delle sottili ed altissime torri che conformano il paesaggio visibile dall’alto, sull’orizzonte e dal mare, rimanda ai disegni futuristi di Antonio Sant’Elia.
Anche il Vietnam vanta arcaiche icone della modernità con ben tre opere in ferro di Gustave Eiffel, due ponti e, in condizioni perfette, l’ufficio postale di Saigon. Inoltre, permane l’impronta di una sorta di modernità antica sia nei tracciati urbani e sia negli edifici neoclassici, eclettici e decò della colonizzazione dell’Indocina Francese. Fra miriade di motorini e più rare biciclette, il caos di Hanoi si smorza fra giardini, laghi, pagode e Templi della Letteratura mentre il cielo è segnato ovunque da matasse di neri fili elettrici.
Il Vietnam, un paese comunista in cui il comunismo lo ha affrancato dalla dominazione francese, americana e in qualche modo perfino da quella russa e cinese, oggi si è aperto all’economia di mercato è già sono visibili i contrasti di uno sviluppo rapido e confuso. Le strade di collegamento fra le città si sono trasformate esse stesse in città con l’unica regola di due nastri ai margini della stessa strada, lasciati rigorosamente liberi per gli scambi. Su questi vuoti si allineano artigiani, merci, budda e madonne, trivelle, cingolati e caterpillar, punti di ristoro, vivai, galli da combattimento e poi case. Queste, come e più che ad Amsterdam, sono strettissime sul fronte strada, alte e profonde sui fianchi in genere ciechi. Costrizioni preziose per una tipologia che sarebbe interessante esplorare dentro, capire dove si articola la scala e come prendono luce ed aria gli spazi interni. Invece, su quelle strette fettucce di prospetto si dispiega il più sfrenato desiderio di distinguersi in un variegato campionario di stili, forme, colori, oggetti, colonnine, timpani, contorcimenti, frontoni ma anche brandelli di modernità espressi in bucature, articolazioni di travi dritte, a lamelle, ad angolo, curve e spezzate.
Ero allucinato da tanta bruttezza che mi ha ricordato l’ammirazione di Hermann Muthesius per la monotonia delle case inglesi dei primi del Novecento, le istanze di Adolf Loos per le facciate mute o gli elogi alla modestia di Giuseppe Pagano che negli anni Trenta condusse la sua battaglia per la modernità anche riscoprendo l’autenticità dell’architettura rurale. Pensando a Mies van der Rohe secondo cui “la povertà non è deprivazione”, cercavo la bellezza che ho finalmente trovato proprio nella povertà delle case su palafitte, delle barche-casa solo aggiornate da un motore, delle fabbriche artigiane di bambù e paglia che, sono certo, avrebbero destato l’interesse di Gottfried Semper. Belle perché vere. Come i grattacieli di Hong Kong. Perfino il sovietico mausoleo di Ho Chi Minh ad Hanoi, manifesta la forma giusta al posto giusto che mi ha rinviato ad un’ascendenza di Friedrich Gilly. Un vastissimo spazio vuoto sistemato a riquadri di prato stempera la rigidezza del cubo lapideo che fa da sfondo ai gesti cadenzati e perfetti del cambio della guardia di militari minuti e mingherlini che tuttavia non riescono a rendere credibile la marzialità che mettono in scena. Però è certo che il mausoleo di Ho Chi Minh è efficace nell’esprimere il senso della patria, della lotta per l’indipendenza e del comunismo.
Dopo anni di economia centralizzata, anche il Vietnam ha aderito alle logiche del mercato e, insieme ai suoi modi di produzione e scambi, il regime comunista vietnamita oggi fa transitare anche i luoghi comuni dell’immagine e con questa la libertà di camuffarsi con tutto il repertorio di un passato immaginato o di una modernità altrettanto presunta.
Dal comunismo al luogocomunismo che al contrario del primo non ha ideologia né pianificazione e neppure un manifesto ma in compenso è democratico e trasversale e si diffonde nel mondo avanzato come in quello emergente. Il connubio fra costumi e consumi dei luoghi comuni imperanti fra disordine ed egocentrismo, in Vietnam come da noi, è accessibile a tutti, dagli amministratori alla gente quando sceglie qualcosa perché “si porta”.
Se è vero che l’economia è la matrice della storia, forse proprio la crisi in atto sta già premendo per tagliare le punte delle scarpe, tirare su i pantaloni e riportare i comportamenti e l’architettura alla discrezione delle sue radici.
Sandro Raffone
