Ieri pomeriggio, con la lezione dell’Architetto Alessandro Bulletti, si è chiuso il corso che ho tenuto in questo primo semestre per i ragazzi iscritti al primo anno.
Come per ogni cosa che giunge al termine, vorrei fare un bilancio e trarre conclusioni che potrebbero essere utili ad addrizzare il tiro e migliorare l’offerta didattica nel caso di riconferma per il prossimo Anno Accademico.
Insegnare a giovani studenti è una esperienza che non ha eguali, che offre continui stimoli ed occasioni di aggiornamento professionale, almeno per chi, come me, cerca di dare tutto trasferendo per intero ed in tempo reale i propri “segreti di bottega”, esattamente come fece con me il mio maestro.
Del resto quello di trasferire la propria esperienza personale, le proprie convinzioni, penso sia il metodo di insegnamento più etico ed onesto per una materia, come l’architettura, in cui le opinioni e le emozioni sono gli ingredienti principali da combinare con il sapere costruttivo.
Non sempre, però, è garantito un ritorno. Quella che appare sempre più come una generazione piuttosto spenta, sulla quale è possibile passare impunemente a colpi di decreto senza che vi siano veementi reazioni, inizia ad avere delle colpe.
Per una volta, devo dire per quello che è la mia esperienza, l’istituzione ha funzionato. L’offerta didattica è stata completa, entusiasta e puntuale ma, evidentemente, l’abitudine a ritrovarsi di fronte a docenti che non svolgono il proprio compito ha prevalso in maniera preventiva.
La scarsa propensione all’esercizio intellettuale e al lavoro e tutto quanto può comportare un notevole sacrificio, avvallata da una scarsità di aspettative da parte dell’insegnante, sono le caratteristiche che, con le dovute e per fortuna sempre presenti eccezioni, contraddistinguono gli studenti. Ho il timore che “l’esamificio” abbia preso il sopravvento, divenendo normalità e annullando anche la capacità di scegliersi il proprio percorso didattico e di soddisfare certe priorità all’interno dello schema predisposto dall’istituzione.
In una Facoltà di Architettura, la selezione viene decisa dagli esami scientifici che, evidentemente, sono gli unici in cui si conserva l’eventualità della bocciatura. La partita si gioca su quel campo, vista la manica larga degli esami che dovrebbero costituire la formazione professionale e la particolare gratuità con la quale si concedono gli undici punti fissi, garantiti al momento dell’iscrizione, alla tesi di laurea che, in controtendenza rispetto alle altre lauree tecniche, può essere svolta in materie che nulla hanno a che vedere con l’architettura.
E’ come se al conservatorio di musica ci si potesse laureare con una tesi in storia della fisica applicata alle macchine.
E’ il risultato di politiche scellerate che hanno permesso il formarsi di una miriade di nicchie, basate sul potere personale di ciascun docente, che tende a costituire microcosmi dei quali è padrone assoluto, a prescindere dalla relazione tra la singola materia e il titolo di laurea e dall’esiguità del numero degli iscritti.
Naturalmente in questa “organizzazione” lo studente non è mai stato tenuto in considerazione ma, paradossalmente, mentre ci si aspetterebbe una reazione propositiva, si è ottenuto un effetto narcotizzante.
