Negli ultimi anni della sua vita, Indro Montanelli diceva che non riconosceva più il suo “Giornale”, gli sembrava “un figlio drogato”.
Chissà cosa ne penserebbe oggi.
Sono anni che assistiamo al giornalismo sponsorizzato di due testate italiane in particolare, “Libero” e “Il Giornale”, attraverso lo spazio garantito che ormai tutti i telegiornali riservano alla letture delle cosiddette primepagine.
Con l’informazione (o disinformazione) di certe testate, infatti, non serve più comprare un giornale e a questi, forti del finanziamento statale, in fondo basta la grandissima eco televisiva per ottenere lo scopo prefissato.
Come in tutte le categorie, ci sono uomini che eportano avanti le proprie idee, e magari darebbero la vita perché un altro possa esprimerle, e ci sono i portavoce che diffondono il volere e le idee altrui.
Dopo anni di di ridicoli finti scoop e articoli da venditore ambulante, il giornalista italiano Vittorio Feltri ha deciso di mettersi stabilmente al servizio dell’editore, uomo politico e banchiere Silvio Berlusconi.
Il curriculum di tutto riguardo racconta che nel 1990, sulle pagine dell’”Europeo”, pubblicò un’intervista sul rapimento Moro fatta ad un certo Davide, “carabiniere infiltrato nelle Br”, che avrebbe fatto irruzione nel covo di via Montenevoso. E’ un racconto “esplosivo” su presunti memoriali e audio di Moro dalla prigionia, con tanto di dettagli erotici sui brigatisti Franco Bonisoli e Nadia Mantovani sorpresi nudi a letto. Peccato che sia tutto falso, dalla prima all’ultima riga, e il “Davide” in questione non esista neppure.
Nasce così, quasi vent’anni fa, il fenomeno Feltri: un misto di bufale, come quella su Alceste Campanile “assassinato da Lotta Continua” (mentre è stato ucciso da Avanguardia nazionale), rivalutazioni del fascismo e linguaggio da bar; in un sondaggio sul calcio scrisse: “Agli uomini piace, alle donne no, ma i negri non lo sopportano”, da cui si deduce che i “negri” non appartengono alla categoria né degli uomini né delle donne.
Seguono falsi scoop sulla morte di Pinelli, un attacco a Indro Montanelli (”è arrivato il tuo 25 luglio”), e il linciaggio di Norberto Bobbio (”mandante morale dell’omicidio Calabresi”).
Quasi inevitabile nel ‘94 la promozione al “Giornale”, appena lasciato dallo stesso Montanelli per incompatibilità col nuovo editore; Feltri viene contattato da Paolo Berlusconi che gli offre la direzione del quotidiano. Feltri accetta, dopo aver inizialmente dichiarato: «A Montanelli invidio tutto tranne che il Giornale. In fondo l’Indipendente continua a guadagnar copie, non c’è motivo perché io lo debba lasciare… Io a il Giornale? Ma che cretinata. Berlusconi non m’ha offerto neppure un posto da correttore di bozze. M’incazzo all’idea che io, proprio io, sembro voler fare la forca a Montanelli. Io qui a l’Indipendente, mi diverto, guadagno copie, faccio il padrone e il politico. Mi spiegate perché devo fare certe cazzate? A carico di Montanelli, poi…
Altrettanto sballate le accuse ai giudici Piercamillo Davigo e Francesco Di Maggio di essere soci in una cooperativa edilizia con Curtò e Ligresti. Non mancano nuove “inchieste” revisioniste sul fascismo, come quella sull’attentato di via Rasella corredata da una foto falsificata della testa di un bambino staccata dal tronco: la cosa arriverà alla Cassazione, che nell’agosto 2007 condannerà il direttore parlando di un “quadro di vere e proprie false affermazioni”.
Avanti così, e nel ‘95 Feltri si inventa che “la scorta del presidente Scalfaro ha sparato a un elicottero dei pompieri” (ovviamente è il periodo dello scontro politico fra il Quirinale e Berlusconi).
Di due anni dopo è un’intervista taroccata a Francesco De Gregori contro il Pci, un pezzo per cui il cantante porta Feltri in tribunale ottenendone la condanna.
Sempre nel ‘97 una nuova, più grave, patacca costa a Feltri il posto: è quella sul presunto “tesoro” di Antonio Di Pietro, cinque miliardi di lire che l’ex pm è accusato di aver preso da Francesco Pacini Battaglia.
L’8 novembre 1997, infatti, dopo aver ricevuto 35 querele, smentisce quanto scritto fino ad allora dal Giornale contro Antonio Di Pietro, definendole notizie pubblicate a puro scopo elettorale.
Nel dicembre 1997 Feltri si dimette dopo il clamoroso articolo a favore di Antonio Di Pietro, proprio mentre Il Giornale era giunto ai suoi massimi livelli (250.000 copie).
Segue per Feltri un periodo al “Borghese”, fino alla fondazione di “Libero”; per lanciarsi, il quotidiano ha bisogno di fuochi artificiali: da qui la falsa notizia che un centro sociale milanese era un covo dell’Eta basca, e uno “scoop” su Donna Rachele titolato “Mussolini era cornuto”. Poi arrivano le accuse trasversali a Sergio Cofferati per l’omicidio Biagi (”La Cgil indica i bersagli da colpire”) e un altro falso scoop su Berlusconi (”Vuole lasciare la politica”).
Ma non basta, e allora Feltri, nel suo personale capolavoro, parla di pedofilia pubblicando cinque foto di preadolescenti nudi in pose inequivocabili (con conseguente radiazione dall’Ordine, poi tramutata in “censura”). Di questa fase resta però ai posteri soprattutto l’elegante prima pagina con un disegno di Prodi nudo a quattro zampe e con il sedere alzato, pronto a farsi sodomizzare da un tappo di champagne con la faccia di Berlusconi.
Nel 2003 il quotidiano Libero ricevette dallo Stato 5.371.000 euro come finanziamento agli organi di partito (Libero era registrato all’epoca come organo del Movimento Monarchico Italiano, poi trasformato in cooperativa per ottenere i contributi per l’editoria elargiti alle testate edite da cooperative di giornalisti, a fine dicembre 2006 diventava srl. In seguito è stata creata una fondazione ONLUS per controllare la srl, in modo da continuare a percepire i contributi in quanto edito da fondazione.
Il 14 febbraio 2006 Feltri è condannato dal giudice monocratico di Bologna, Letizio Magliaro, ad un anno e sei mesi di carcere per diffamazione nei confronti del senatore Ds Gerardo Chiaromonte (scomparso nel 1993). La condanna si riferisce ad un articolo comparso sul Quotidiano Nazionale alla fine degli anni ’90, secondo il quale il nome del senatore compariva nel dossier Mitrokhin.
Richiamato in agosto al “Giornale”, Feltri parte subito con la campagna più desiderata dal suo editore, puntando a tre obiettivi: intimidire i giornalisti non allineati (occhio che se critichi il premier ma poi paghi la colf in nero o non versi gli alimenti all’ex moglie, io lo scrivo in prima pagina); livellare tutti nel fango per provare che Berlusconi non è peggiore di chi lo attacca, in base al “così fan tutti” autoassolutorio; far fuori quanti nella Chiesa osano criticare il premier.
Così in poche settimane “il Giornale” diventa una fabbrica di linciaggi in serie: da Eugenio Scalfari a Enrico Mentana, da Gustavo Zagrebelsky a Concita De Gregorio, da Dino Boffo a Ezio Mauro, fino a Ted Kennedy e Gianni Agnelli.

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