E’ trascorso un po’ di tempo dal rientro dal secondo viaggio americano e, a differenza dello scorso anno quando immediatamente partii alla ricerca di tutto quello che avevo visto e che non conoscevo, e a parte qualche considerazione emotiva a margine, non ho ancora affrontato il lavoro di catalogazione e modifica e decodifica delle immagini.
Il patrimonio di fotografie scattate durante i due viaggi, molte di queste riguardanti architetture sconosciute in Italia, oppure note attraverso ridottissime immagini in bianco e nero, potrebbe essere oggetto di una pubblicazione. Il problema resta sempre quello di trovare l’editore giusto e adeguatamente disponibile.
Per il momento sono le riflessioni a contorno che occupano i miei pensieri.
Mi affascina molto l’organizzazione di un viaggio alla ricerca di piccole cose sparse dall’altra parte del mondo, da rintracciare con un paziente lavoro che inizia a tavolino e finisce con lunghissime marce tra intricati sistemi di strade.
Con la tecnologia oggi è tutto più facile, e Google map offre un aiuto fondamentale per visualizzare quasi immediatamente un sito; le vedute ravvicinate dall’alto servono per capire se una determinata costruzione esiste ancora (molte case sono state demolite nel tempo), oppure per localizzare qualcosa di cui non si conosce esattamente l’ubicazione e il numero civico.
Moltiplicato per il gran numero di cose da vedere, il lavoro assume proporzioni gigantesche. Per il primo viaggio, partito con la curiosità di individuare le origini e le ragioni delle architetture di Frank Gehry, architetto che mi incuriosiva molto per le sue magnifiche follie, ho impiegato circa sei mesi di studio. Per il secondo, messo da parte Gehry e considerando quelli che sono i suoi antecedenti storici quali Wright, Schindler o Neutra, ho lavorato un anno intero, durante il quale ogni angolo del mio studio si è riempito di libri e pubblicazioni sul modernismo americano e in generale sull’America. Una volta messo a punto il programma, organizzato logisticamente e corredato di mappe specifiche e più volte zummate per ogni visita (praticamente un librone di circa 300 pagine), si predispone la tecnica per effettuare foto e riprese.
Su un mio precedente scritto riguardante i proprietari delle case americane, ho focalizzato gli incontri più o meno gradevoli con questi ultimi ma, in tante occasioni, le case da vedere erano totalmente vuote o disabitate. Tante volte lo erano solo apparentemente, tale è la riservatezza degli americani, che potevi accorgertene solo dopo essere arrivati in casa!
Che fare in uno Stato che considera la violazione della privacy come una rapina a mano armata che viene pnita con svariati anni di carcere durante il quale viene smarrita la chiave? Si viola.
E’ molto rischioso ma ne vale la pena. Si riduce il riscio adottando tecniche e strategie da veri guerriglieri.
Ma si sa, quando si è in gruppo qualcuno è disposto a rischiare qualcuno no. Si formano, quindi, le squadre con tanto di attaccanti e difensori. Poi ci sono i “pali”, i segnali convenzionali e le macchinette digitali compatte e silenziose, che sostituiscono in certi casi l’imponente attrezzatura da fotoreporter, preziosissime quando nessuna traccia, anche acustica, deve tradire la presenza.
In tutto questo, devo dire, che una delle punte di diamante si è rivelata Azzurra, fedelissima compagna di viaggio la quale, totalmente sprezzante del rischio, ha quasi sempre fatto da apripista scavalcando insormontabili recinti e penetrando, a volte anche sola, nelle case più inaccessibili e per questo sconosciute.
La curiosità, l’estremo interesse, l’incoscienza, possono portare anche a questo.
Naturalmente il materiale così ottenuto non sarà pubblicabile, ma costituisce un grande inestimabile bagaglio di conoscenza per noi che ci occupiamo di questo.
Le prede più ambite: Stahl house di Pierre Koenig, incredibile casa di metallo a strapiombo sulla collina di Hollywood, dove per entrare clandestinamente devi superare una stretta passerella su un baratro privo di ringhiera o corrimano. Ennis house di Wright, ammasso di “textile blocks” a formare una gigantesca Ziqqurat sul Los Feliz blvd. Kaufmann house di Neutra, scintillante residenza per miliardari nel deserto di Palm Springs.
Romeo & Giuliet, opera giovanile di Wright nelle praterie del Wisconsin, conquistata con una corsa pazzesca per non farci fermare dalla vigilanza. Jacobs house II, meglio conosciuta come “Solar hemicycle”, visione di Wright semiaffondata nel terreno che la circonda.
Arch Oboler residence, nostalgico e commovente rudere in pietra colorata di Wright sperduto sulle montagne a nord di Los Angeles.
Per questo, per una volta, non saranno queste immagini a campeggiare protagoniste ma lei, meravigliosa creatura che spero di avere intorno per sempre.