E’ l’ultimo film di Woody Allen (senza il punto interrogativo naturalmente), nel quale, ancora una volta, il regista newyorkese affronta a modo suo i rapporti tra le persone.
Ammetto di essere “allensensibile” da sempre, sia nella la sua versione cinematografica che letteraria, e vi assicuro che, a differenza di molte sue ultime cose, assolutamente vuote e velleitarie (come ad esempio l’ultimo libro “Anarchia pura” dove il testo è solo autocompiaciuto e addirittura imbarazzante per spessore dei contenuti), è un capolavoro in linea con “Provaci ancora Sam” o “Manhattan”.
In questa pellicola i dialoghi sono ricercati e centrati e risulta ben riuscito il gioco della rincorsa alla battuta successiva mentre ancora si ride o si cerca di riflettere su quella precedente.
A tratti esilarante.
Le stoccate migliori le porta a segno quando rimane concentrato su situazioni e temi che gli sono storicamente più congeniali; quando si mette in scena attraverso un protagonista che, dichiarando esplicitamente la sua (presunta) superiorità intellettuale rispetto al resto del mondo, guarda ad esso con uno sprezzo mai davvero nichilista ma ricco di sarcasmo ed ironia, accettando una posizione elitaristicamente minoritaria che non gli impedisce comunque di cedere al richiamo dell’amore, in tutta la sua meravigliosa e imprevedibile irrazionalità.
“Il cliché è il modo più efficace per esprimere la propria posizione”, “se siete di quegli idioti che devono sentirsi bene fatevi fare un massaggio ai Piedi”…ammetto che, per una volta, ero tra quelli. Riferito al Creatore: “Ha fatto tutto perfetto, gli oceani, i cieli, i bellissimi fiori… esatto, è un arredatore!”. Sono solo alcuni degli aforismi che si ricordano di getto, ma ce ne sono centinaia.
Il film è, quindi, brillante e gradevole prima di prendere una piega addirittura drammatica, non nelle azioni ma nei contenuti.
Personalmente, da inguaribile pitagorico credente nel demiurgico “disegno cosmico” (a volte, in compenso, mi sento molto coglione…), non riesco a non rimanere ossessionato dalla sua personalissima teoria secondo cui siamo tutti infinitesime schegge impazzite che si urtano casualmente alla velocità della luce.
Posso non condividere ma resto dubbioso e affascinato, ma lo sono da sempre, sulle teorie caotiche che sostituiscono la geometrica razionalità. Nel mio lavoro è come schierarsi con con Schindler o con Gehry.
E’ assolutamente devastante la deriva finale dove la casualità dei rapporti si trasforma in un momentaneo “incasellamento” naturale che, assecondando – a quel punto si – l’essere di ciascun protagonista, ne abbina in modo inesorabile il destino, certamente in quanto vittima della ossessione di voler dichiarare ad ogni costo come le dinamiche sentimentali ed amorose siano o debbano essere vissute nel nome di una libertà di scelta e comportamento che ha come fine ultimo solo la conquista di un brandello di felicità.
GF