Il rientro da un viaggio così articolato dall’altra parte del mondo è sempre fatto di lunghissime dormite. Non ci sarebbe nessun problema, se non fosse per il fatto che queste avvengono solo di giorno!
E’ anche il momento delle prime considerazioni a freddo senza l’ubriacamento emozionale che ne caratterizza tutta la permanenza.
Tra gli altri, mi martella particolarmente il cervello il pensiero di tutte le case che abbiamo potuto visitare, dall’esterno e dall’interno intendo, e della tipologia dei loro proprietari. Quando si va alla ricerca di edifici che stanno su tutti i libri di storia dell’architettura, uno dei primi interrogativi che ci si pone è: ma ce la faranno vedere? Quando immaginavo la tipologia del proprietario ho sempre pensato a persone ricchissime che non ci avrebbero neanche risposto negandoci seccamente l’ingresso; qualcuno è così, ma è una assoluta rarità. I proprietari delle case famose hanno assolutamente la tipologia dei proprietari di tutte le altre case del mondo e cioé non c’é una tipologia.
Provo a raccontare la nostra esperienza.
Appena arrivati a Chicago, come da programma, avviamo le visite a partire da River Forest, un sobborgo della città a est dell’abitato; la primissima casa che vediamo è la Winslow house, una delle prime e più importanti opere di Frank Lloyd Wright. Una casa elegantissima, fatta di intonaco giallo contornato da un fregio bianco, al piano terra, ed una fascia intarsiata in legno scuro al piano superiore. La tipologia italica e classica dell’abitazione lasciava presupporre una famiglia con maggiordomo che non ci avrebbe fatti entrare. Mi faccio coraggio e suono alla piccolissima porta d’ingresso: un uomo, che si intravedeva tra gli intarsi del piano superiore, ci caccia in modo brutale! Naturalmente rinunciamo a insistere e continuiamo a fotografare la casa dall’esterno; improvvisamente la porta si apre e un folle, quello alla finestra, mi si scaglia contro. Riesco ad evitarlo e lui si scaglia contro il mio maestro, Sandro Raffone.
A quel punto reagiamo, solamente impostando un atteggiamento di difesa, e il folle si ferma e, continuando a sbraitare e sputare, rientra in casa. E’ questo l’impatto, devastante, con il popolo dei proprietari delle case che avremmo dovuto visitare.
Nella maggior parte delle case non c’é nessuno e l’assenza della recinzione ci permette quasi sempre di fotografarle tutte intorno. Le ampie vetrate danno la possibilità di vedere e fotografare gli interni. Non è così per la Cheney house: introversa e semi nascosta da una vegetazione raramente incolta, riusciamo a fotografarla nella sua sola parte rivolta alla strada visto il garbato ma secco rifiuto del proprietario alla visita. Peccato, sarebbe stata una esperienza straordinaria.
Molte sono di proprietà di fondazioni e, a pagamento, si possono visitare dentro e fuori. Una eccezione da rimarcare è rappresentata dai signori Johnson di Racine, notissimi imprenditori nel campo degli insetticidi (ricorderete il “Raid gli ammazza stecchiti”) che, gratuitamente, permettono la visita della magnifica casa a Wind Point (Wingspread) e dell’azienda familiare (la avveniristica Johnson Wax). Se l’operazione riguarda l’immagine è perfettamente riuscita.
Ci sono, poi, proprietari eccezionali. E’ il caso di una coppia di origine cubana attuali proprietari della “Alice Millard house”. Dopo averci accolto come vecchi amici ci hanno mostrato la casa permettendoci di fotografarla dentro e fuori, compresa una foto ricordo tutti insieme.
La stessa cosa per la “Johnson-Keeland house”, dove una coppia di gentilissimi signori, lui di origine irakena e lei artista americana, ci hanno fatto fotografare tutto compresa foto ricordo insieme.
A Madison due esperienze opposte. La prima nella casa alla quale più tenevo, la “Herbert Jacobs I”, dove il proprietario ci ha tenuti più di un’ora lì dentro spiegandoci e facendoci vedere e fotografare veramente tutto, compresa foto ricordo finale insieme.
Per la straordinaria “Herbert Jacobs II”, meglio conosciuta come “Solar emicicle”, le cose sono andate in maniera diversa: i proprietari sono arrivati, per fortuna quando avevamo appena finito di fotografare completamente gli esterni, e ci hanno cacciati in malo modo.
Un distratto e permissivo giovane col pollice verde, ci ha permesso di vedere e fotografare la “Van Tamelen house”.
Fin qui tutti proprietari di famosissime, o meno famose, case di Wright, nello stato dell’Illinois e nel Wisconsin. In California le visite hanno riguardato case di Schindler, Neutra, Gehry, Ain, Ellwood, Koenig, Lautner, Soriano, Frey, Cody, Williams e Walker, oltre che dello stesso Wright, e ci hanno riservato, forse, le sorprese più clamorose.
Per incominciare, una gentilissima vecchina ci ha permesso di visitare e fotografare la “Case Study House #18 (o West house)” a Pacific Palisades, ed un gentilissimo, oltre che ricchissimo e altissimo signore la “Seidel House” di Pierre Koenig.
Una anziana scrittrice, fumatrice accanita, con simpaticissimo marito, ci fa fotografare, spiegandoci la storia, la “Curtis house” di Raphael Soriano, mentre un inspiegabilmente scorbutico giovane non ci permette di fotografare la “CSH #17” di Rodney Walker. Sempre sulla Woodrow Wilson drive una simpaticissima ragazza egiziana ci fa entrare e fotografare gli esterni della “Fitzpatrick house” di Rudolf Schindler.
Anche la visita alla celebratissima “Hollyhoock house” di Wright, in uno straordinario parco privato di Hollywood, ci riserva la sorpresa di un simpatico custode, originario nientemeno che di Montescaglioso, che ci fa entrare e fotografare tutto.
Ma sono le ultime tre visite, ad altrettante case di Los Angeles, che resteranno per sempre tra i ricordi più eccezionali ed incredibili, per diversità, bellezza ed importanza.
La “Elliot house” di Schindler ci appare sulla Newdale drive come nuova, perfetta, impeccabile; Accanto al garage, sotto una tettoia di legno e lamiera ondulata, una BMW 630 non fa presagire niente di buono anche in considerazione dell’ora di primo pomeriggio. Con incoscienza suono.
Intravedo nelle vetrate, tra i canneti di Bambù di cui la casa è circondata, un uomo che si infila velocemente una maglietta e penso al peggio. Incredibilmente il giovane abitante, sdradicato al sonnellino pomeridiano, apre il cancello e ci fa cenno di entrare; tra le scuse, fintissime, per l’improvvisa invasione (l’interprete ufficiale ero io…), l’emozione per la bellezza dell’edificio e la cortesia del proprietario, iniziamo una delle visite più complete e dettagliate di un vero capolavoro dell’architetto di origine austriaca, finemente restaurato dagli architetti americani Leo Marmol e Ron Radziner (restauratori di molte case moderniste tra le quali la Kaufman house di Neutra, la Loewy house di Albert Frey, entrambe a Palm Springs e la Schindler house ad Hollywood).
Jeff Snyder, felicissimo proprietario dal 1999 della casa, illuminatissimo committente del restauro durato ben due anni, attore ed egli stesso designer di interni, ci spiega tutto ma proprio tutto sugli spazi, sugli arredi, sulla successione della costruzione, con una particolare attenzione su ciò che era originale, ricostruzione o interpretazione in chiave moderna degli elementi di arredo.
La classica foto ricordo finale ci congeda da una delle persone più belle che abbiamo incontrato in questo lungo viaggio.
La “Health Lovell house”, di Richard Neutra, è una delle case più importanti e famose della storia dell’architettura moderna. Questo edificio deve la sua notorietà, e quella dell’architetto, al fatto che si trattò del primo edificio ad uso residenziale costruito con struttura in acciaio. L’assalto dello scorso anno alla casa era andato malissimo.
Suoniamo. Ci apre un signore in tuta, occhialini e barba non rasata, il quale ci dice subito che ci avrebbe fatto visitare l’interno in cambio di tour organizzati dall’Italia alla modica cifra di 20 dollari a persona.
Lo stranissimo esordio era solo il preambolo di tutto quello che avrebbe detto e fatto colui che era l’ultimo, fantozzesco, erede della anziana proprietaria che l’anno precedente ci aveva seccamente rifiutato l’ingresso.
Il ragazzone ci ha guidati in ogni luogo della casa, nei bagni, nelle docce, nello studio, in cucina (dove la mamma stava pranzando), nel notissimo soggiorno e nella sua “camera dei giochi” dove, insieme al computer e un mucchio di oggetti sparsi alla rinfusa, si trovavano centinaia di berretti di cui era, evidentemente, collezionista. Casa Lovell, la famosissima casa studiata nei corsi dell’Università e mostrata agli studenti come uno dei maggiori esempi di architettura moderna, per oltre un’ora è stata a nostra completa disposizione nella sua intimità.
L’ultima visita a Los Angeles è stata in casa “Nesbitt”, una costruzione non molto nota di Neutra. Abbiamo chiesto di entrare a quello che doveva essere una specie di fac totum messicano il quale, dopo avere chiesto alla proprietaria, ci ha fatti entrare.
La anziana signora, Pippa Scott, ci ha accolti con estrema gentilezza e disponibilità mostrandoci la casa e spiegandoci le piccole trasformazioni (il colore e una soprelevazione per la camera degli ospiti) che negli anni erano state fatte.
La grande sorpresa arriva quando la signora, facendo scorrere due grandi pareti vetrate che dividono la casa dal giardino interno, ci mostra lo spazio interno in continuità con quello esterno sottolineato dall’uso della stessa pavimentazione in mattoni.
Sarebbe stato, questo, l’ultimo contatto con un proprietario che chiude, di fatto, le mie considerazioni, in quanto sia le case di Palm Springs che quelle di Phoenix sono sembrate totalmente disabitate benché aperte e visitabili quasi completamente.
Unica eccezione, il fantomatico proprietario della “Adelman residence”, probabilmente un reduce o un ex militare (tipo l’omosessuale ex marine di “American beauty” per intenderci) con un paio di cannoni in giardino, le bandiere degli Stati Uniti e dell’Arizona ed un bel cartello bilingue all’ingresso: “se superi questo limite potrai essere ucciso”. Firmato “el capitain”.
GF














beato te, se mi avvisavi venivo anch’io
complimenti!non posso non chiederti se ricordi il nome del custode di Hollyhoock house…sono anche io di Montescaglioso…
grazie!
No, purtroppo non lo ricordo. Tieni presente, però, che non parlava in italiano e quindi credo sia una emigrazione che risale almeno alla precedente generazione.
Non è difficile trovare, in America, italiani di vecchia generazione; pensa che a Scottsdale, in Arizona, uno originario di Canosa, che naturalmente non parlava l’italiano, ci ha indicato uno dei posti più belli di tutto il viaggio: Sedona e le sue montagne rosse a picco.
Un saluto.
N
Lo so ce ne sono tantissimi…pazienza.Grazie lo stesso!
Siete riusciti a visitare casa Kaufmann Neutra – Palm Springs?
Se si mi dite come avete fatto? Perchè essendo architetto mi piacerebbe molto visitarla.
grazie
Aurelio