La scrittrice Nancy Horan, nel libro “Mio caro Frank”, narra che Mamah Cheney rimproverò l’amato Frank Lloyd Wright per l’ingratitudine nei confronti dei collaboratori, specie per Marion Mahony autrice dei magnifici disegni che convinsero lei e suo marito Edwin ad affidare a Wright il progetto per la loro casa a Oak Park nel 1903. Un esempio, fra tanti, del ruolo della rappresentazione, strumento fondamentale non solo per la comprensione ma soprattutto per la propaganda dell’architettura. Basti ricordare la diffusione del palladianesimo determinato dalle xilografie de “I Quattro libri” oppure il ruolo del disegno e della grafica per l’affermazione delle avanguardie. Solo Adolf Loos, sempre lui, reputava il disegno niente più di un mezzo di trasmissione tanto che si vantava di non avere bei disegni da inviare a The Studio.
Stando alla memoria del mio vissuto, fra gli anni sessanta ed ottanta, si andò affermando il fortunato genere dell’“architettura disegnata” con declinazioni nazionali ed estere. In Italia alle campiture di stampo classico-illuminista di Aldo Rossi si affiancarono le seducenti incisioni di sapore piranesiano di Franco Purini. Mentre nel nostro paese il supporto dottrinale che sanciva l’equivalenza fra architettura e progetto era funzionale all’insegnamento di massa, i disegni dei fratelli Bob e Leon Krier, prima per James Stirling e poi autonomamente, polarizzavano il panorama internazionale. Oltreoceano, i disegni e le assonometrie a fil di ferro avevano anche intenti teorici a supporto delle realizzazioni e del successo dei five architects newyorkesi. Fu una stagione dove riviste, libri e mostre avevano stabilito il successo dell’architettura disegnata, spesso a discapito di quella realizzata. Non saprei dire se tutto ciò sia stato dissolto dall’introduzione della progettazione al CAD, né quando è successo ma credo di non sbagliare, se sostengo che la diffusione del render ha accelerato la priorità riservata all’immagine liberando l’architettura dai lacci della materia, dell’uso e da qualsiasi regola esterna al governo del mezzo.
L’antagonista del render è la fotografia e sono molti gli architetti che trovano ancora conveniente associare il loro nome a quello di famosi fotografi, una simbiosi che ha influenzato la stessa architettura spesso progettata in funzione dell’effetto fotografico. Solo Loos, ancora lui, dichiarò che < È il mio più grande motivo di orgoglio che gli spazi interni creati da me non facciano alcun effetto in fotografia>. È invece singolare che le foto di architettura siano quasi sempre assolutamente prive di vita, una convenzione non scritta ma efficace per assimilare qualsiasi opera ad un monumento, cioè un edificio che per sua natura si deve distaccare dagli eventi quotidiani. Ammesso che talvolta l’architettura si faccia anche in funzione della fotografia, per realizzarla (almeno nel nostro paese che non ha eguali nel mondo) è necessario un iter intricatissimo che, partendo dall’incarico (per il quale è necessario avere un nome oppure solide appartenenze partitiche, frequentazioni che contano, ecc), passa attraverso il governo di una progettazione resa sempre più complessa da infinite normative fino ad affrontare le insidie della costruzione. Questa, se non sfugge di mano per la mancata direzione dei lavori, nel pubblico come nel privato, è comunque una battaglia contro enti, commissioni, uffici tecnici, ambientalisti, opinione pubblica, politici e spesso la stessa committenza. Tutto ciò per poi fissare l’opera in una cartella di fotografie affrontando costi assai elevati (la tariffa oraria del fotografo supera quella dell’architetto) ed altre difficoltà (si deve aspettare l’ora giusta nel giorno giusto, che la nuvola passi o si frapponga al sole, si deve sgombrare lo spazio anche se deve sembrare casuale ed evitare imbarazzanti presenze umane). Nel migliore dei casi avremo fermato il tempo in foto quasi perfette come quelle scattate da Julius Shulman per casa Kaufmann realizzata da Richard Neutra a Palm Springs e che tuttavia, mai potranno registrare l’immenso lavoro necessario per realizzarle. Invece si può raggiungere un risultato addirittura migliore ed immediato con i render, per di più animati da un costante senso di vita felice: uomini e donne giovani e vincenti, gente distesa, sfaccendata ma soddisfatta che popola bar, caffetterie, musei, diafane piazze o involucri iper espressionisti. Assai rare persone anziane e mai che venga rappresentato un povero disgraziato, un disoccupato o un extracomunitario, mentre il tempo è costantemente primaverile. È la legge del battage pubblicitario.
Sempre più sofisticati, nei concorsi come nella scuola, i render allestiscono mondi virtuali più verosimili di quelli reali. I progetti digitali narrano forme che si inseguono da un render all’altro, si ibridano, si decompongono e ricompongono in pezzi entrano ed escono da un progetto all’altro rivelando, senza eccezione, una costante soddisfazione dell’autore. Una compiacenza che prescinde dalla qualità dell’architettura e dalla natura del tema perché il render ha la capacità di far sentire tutti “autori”, di illudere chiunque di essere un inventore di forme inedite. Così il render lusinga equamente chi lo guarda e chi lo fa.
Tuttavia, per chi ambisce a costruire, il render è uno strumento assai utile per controllare e verificare il progetto nel suo farsi. A questo scopo i razionalisti utilizzavano l’assonometria che è più oggettiva, rinviando la seduzione alla prospettiva che, essendo laboriosa, si disegnava quando tutte le decisioni erano state prese.
Prospettive, render e foto hanno il comune denominatore di fissare dei risultati, di mettere fine ad un processo.
I disegni di Le Corbusier invece, continuano ad affascinare perché fissano il pensiero: questi collocava le siluette del modulor per dimensionare con precisione lo spazio ma preferiva fare gli schizzi con la mano sinistra per non farsi ingannare dalla compiacenza del bel segno.
Eppure in quei disegnacci c’è più vita del più sofisticato render.

Sandro Raffonelecorbusier-cappelladironchamp