Neanche il tempo di rifiatare ironicamente su una partita di calcio che eccoci ripiombati nell’angoscia, nel terrore, nel doloroso inverosimile.
Sei ragazzi, per ragioni che mai la cronaca e la storia riusciranno a farci capire, sono saltati in aria per l’esplosivo che la resistenza di un paese lontano, di cui non conosciamo la cultura, le tradizioni, i costumi, ha sistemato sul percorso di una pattuglia italiana.
Sei ragazzi in missione in un luogo di morte per cercare di risollevare la loro condizione economica e quella delle loro famiglie per il futuro e che invece hanno perso la vita e gettato nell’incubo mogli e figli in giovanissima età.
Nessuno ci ha mai fatto vedere un ponte, una strada, una diga, un acquedotto, una qualsiasi infrastruttura realizzata non da imprese civili specializzate, ma da un contingente di militari inutilmente armati fino ai denti.
In un paese in cui la consegna di qualche decina di case in legno ai terremotati diventa uno spettacolo a reti unificate, in cui un patinato dittatore appare in tecnicolor con i classici bambini che lo attendono a braccia aperte, non c’é lo straccio di un fotogramma a supporto di tutte le cazzate che ogni giorno ci riversano addosso.
In realtà una ragione seria non c’é per la quale quelli che potrebbero essere nostri figli diventino il bersaglio umano di un popolo disperato, alla fame, se non la ragione di Stato e tutti i patti e alleanze internazionali di cui facciamo parte e che ci hanno sempre portato solo problemi e tragedie.
Confidavo in una rivoluzione immediata da parte di Barak Obama, l’uomo della rinascita, della ragione, dei diritti umani e vi confido ancora, in fondo, ma bisogna fare in fretta, il mondo ha un estremo bisogno di tornare a sognare e sperare.

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