“Trovarono il cane nero addormentato sul ciglio della West Side Highway, immerso nei suoi sogni da cane. Una povera bestia sciancata, l’orecchio sinistro ridotto in poltiglia, decine di bruciature di sigarette sulla pelle: un cane da combattimento abbandonato alla mercè dei topi”.
(David Benioff – “La 25esima ora”)

David Benioff è l’autore de “La 25esima Ora”, il romanzo da cui Spike Lee ha tratto il film proiettato nell’ambito della rassegna “Incontri e dibattiti aperti alla città” (Laboratorio Cinematografico – Fidapa). La prima immagine che Benioff dà ai suoi lettori è quella del cane morente. Forte, giovane, muscoloso, ma umiliato, ferito, ormai alla mercè dei topi e delle mosche.
A quel cane l’autore affida l’immagine straziata del protagonista e della sua città all’indomani dell’11 settembre.
Monty Brogan, interpretato da un ottimo Edward Norton, è uno spacciatore molto conosciuto nell’ambiente cittadino che, dopo avere conosciuto Naturelle Rivera, una bellissima portoricana (Rosario Dawson) molto più giovane di lui, decide di ritirarsi dalla scena. Una soffiata lo tradisce e la polizia gli trova in casa un sacco di soldi e qualche chilo di droga; per questo prende sette anni di galera. La storia si basa sulle ultime 24 ore di vita da uomo libero, più un’ora fatta di possibilità sognate ma non realizzate.
I fasci di luce che prendono il posto delle torri gemelle e il cratere che deturpa Manhattan come una enorme ferita aperta, forniscono le metafore ricorrenti nel geometrismo usato per le riprese e per la cruenta quanto forzata scena della scazzottata da parte dell’amico Frank (metafora che se considerata fino in fondo potrebbe indurre a supposizioni più o meno fantasione circa gli autori degli attentati), utile per evitare la violenza sessuale in prigione.
Ma veniamo alla geometria, mia personale deformazione professionale e ossessione quotidiana: la macchina da presa, durante tutto l’arco delle 24 ore, riprende quattro luoghi fisici della città, sempre dagli stessi punti di vista e rispettivi controcampi. La banchina sull’Hudson, l’ingresso di casa di Monty, la stessa casa e il commissariato, si rimpallano le scene senza nulla concedere a luoghi e percorsi non delineati o alternativi. Unica digressione i flash back su due episodi del passato: l’incontro con Naturelle e l’irruzione in casa da parte della polizia.
Durante la 25^ ora, al contrario, la camera si libera dai vincoli, cresce, vola nel cielo sopra il deserto, descrive paesaggi e scenari surreali cercando e trovando l’unico riferimento certo e ricorrente nella bandiera statunitense fissata sulla carrozzeria dell’auto (è il riferimento più dignitoso, lirico e “in interioribus” che la cinematografia abbia fatto all’indomani della tragedia che ha cambiato il corso della storia); lo fa attraverso le parole del padre che racconta come potrebbe essere la sua vita se decidesse di fuggire, ricominciando la sua esistenza sotto un altro nome, con un’altra identità.
Un giorno potrebbe ricongiungersi con la sua amata, avere una vita normale, persino dei figli.
Ma il sogno si sbiadisce sempre di più, rivela tutta la sua irrazionalità, la sua impraticabilità, fino a farci ritrovare la faccia tumefatta di Norton, mentre guarda fuori dal finestrino dell’auto che lo sta portando al carcere.
Purtroppo le ore, nella realtà, sono solo ventiquattro.
Spike Lee organizza un tempo ridondante e dilatato, ma geometricamente controllato, per quelle particolarissime ore che separano il protagonista dalla galera, dando poi libero sfogo ai sogni, alle illusioni, ai progetti, di una vita difficile e probabilmente segnata dalla nascita. Profondissima la considerazione fatta, con gli amici di sempre (un broker di Wall street e un insegnante) e dal solito punto di vista sull’Hudson, sulla invidiabilità del lavoro svolto dal guidatore di battello su e giu lungo il fiume per tutta la vita.
Memorabile la sequenza in cui Monty distribuisce, in linea con la ridondanza dello spazio-tempo in disperata dilatazione, il suo “fuck you” al crogiuolo di razze presenti in città e a se stesso rivolto allo specchio.
Un film che, a mio parere, può considerarsi molto vicino alla perfezione per armonia, gusto e intensità, magistralmente amalgamati dal contrappunto musicale di Terence Blanchard.
Superbo!

GF
25hour