posillipoHo smesso di essere comunista quando ho capito che i comunisti non coincidevano con quello che io avevo sempre pensato fossero.
Sono cresciuto con mio padre, operaio metalmeccanico, Tornitore, come mi corregge ancora adesso con orgoglio, che tornava a casa la sera per cena e incazzato nero per gli orari di lavoro, i soldi che erano sempre pochi, e se la prendeva con mia madre, casalinga, e con noi se non stavamo a tavola con lui ad orari improbabili, in cui i bambini giocavano per strada.
Tante volte ci chiamavano per raggiungerlo in ospedale. Una scheggia nell’occhio, un polso fratturato, dita schiacciate e una carta geografica sulla testa, come piace dire a lui, formata da decine di cicatrici.
Quante volte è partito in pullman per Roma per partecipare alle manifestazioni organizzate dai sindacati e dal Partito Comunista. Quelli erano i comunisti nei miei pensieri di bambino e di adolescente.
Quando ho capito che i cosiddetti “compagni”, quelli buoni, quelli che muovevano le masse, avevano occupato i gangli del potere e lo avevano riservato per se e per i propri familiari, rigenerando un nepotismo d’accatto nella migliore delle ipotesi, sono diventato apartitico.
Come potevo identificarmi nei direttori, fighetti e con gli occhiali in testa, di giornali che non legge nessuno e che stanno in piedi solo per il contributo involontario dei cittadini. Gente che scrive solo per se e per quelli come loro.
Come potevo sopportare i dipartimenti universitari pieni di gente con lo stesso cognome e condividerne l’ideologia. Come posso sopportare figli di antichi militanti della lotta armata comunista, protagonisti inadatti nei mezzi di telecomunicazione.

Il cuore, evidentemente, è rimasto da quella parte, anche sa la ragione non più, e oggi alla notizia della morte violenta, a bastonate, del cosiddetto “re del grano”, Franco Ambrosio, e di sua moglie, in una esclusiva villa di Posillipo, ho avuto un clamoroso sussulto che non vorrei descrivere.
Tantissime volte, passando da lì, mi sono chiesto chi potesse abitare in case del genere, per le quali occorrono i miliardi sonanti. Una fascia di abitazioni e ville principesche, protette dalla strada da alte cancellate, immerse in parchi con la sorveglianza armata, costruite su scogliere a picco sul mare, che si nascondono per la vergogna di fronte a una città che sta morendo per la fame e il degrado.
La proprietà di Ambrosio è molto vasta e ospita anche un anfiteatro romano oggetto di visite guidate (nella foto aerea si riesce a valutarne l’entità).
Franco Ambrosio era tutt’altro che uno sconosciuto. Il suo nome evocava da decenni immensi campi di grano e soprattutto quantità di denaro impossibili da contare.
Negli anni ’60 aveva cominciato a costruire un colosso, la Italgrani, con sede a Gianturco nella periferia industriale di Napoli, che avrebbe raggiunto quota 1100 dipendenti con un fatturato da 450 miliardi, che lo portò ai vertici nell’esportazione in Europa e fino agli Stati Uniti e all’Argentina.
Negli anni ’90 fu uno dei nomi illustri finiti nelle inchieste del filone di Tangentopoli. Un crac da mille miliardi di lire lo portò alla condanna in primo grado a nove anni di reclusione, firmata dal Tribunale di Napoli. Negli ultimi mesi stava preparando la sua tesi difensiva per l’appello.
Originario di San Giuseppe Vesuviano, di origini contadine, creò il suo impero partendo dai mulini.
Negli anni ’70 il boom. Nasce la holding Italgrani, cui negli anni ’90 fanno capo le attività finanziarie e che controlla una cinquantina di società sparse in tutto il mondo. Negli anni d’oro della Dc nasce un forte legame di amicizia con l’ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino.
Dopo la bufera di Tangentopoli inizia il declino nel 1993.
Il primo arresto arriva il 3 ottobre, con l’accusa di avere riciclato 3.4 miliardi in Cct provenienti dalla tangente Enimont. Il 20 maggio del 1994 scatta il secondo arresto, per corruzione. Poco dopo un altro provvedimento giudiziario colpisce il re del grano: questa volta l’accusa è di aver messo a segno una truffa alla Cee, facendo risultare l’esportazione, mai avvenuta, di centinaia di tonnellate di semola di grano duro in Algeria e ricevendo indebiti contributi per 50 miliardi di lire. Verso la fine degli anni ’90 uno dei figli di Ambrosio è stato coinvolto in una inchiesta dei magistrati partenopei che inseguono i soldi del crac del gruppo con rogatorie internazionali in Svizzera.
Nell’ottobre del 1999 l’Italgrani viene dichiarata fallita dal Tribunale di Napoli. Nel gennaio del 2001, la Guardia di Finanza bussò all’uscio della villa alla Gaiola con un ordine di arresto per lui e per i suoi due figli Mauro e Massimo, nell’ambito di un’inchiesta direttamente collegata al fallimento dell’Italgrani.
Per migliaia di famiglie fu una tragedia. Fu l’inizio di una serie di fallimenti fraudolenti, maturati alle spalle dei lavoratori, culminata con le vicende Cirio, Parmalat e Telecom Italia, per le quali la classe operaia ringrazia Cragnotti, Tanzi e Tronchetti Provera, oltre che lo stesso Ambrosio.
Secondo la procura di Napoli, Franco Ambrosio aveva sparso per il mondo società off-shore da lui inventate per far sparire mille miliardi di lire. Il gruppo Italgrani, sostenevano i pm, aveva da molto tempo un debito con le banche pari a 1300 miliardi “e ciò nonostante nessuna banca aveva mai avanzato legale richiesta di pagamento o ricorso di fallimento”, si legge nell’ordinanza dell’epoca dell’allora procuratore Agostino Cordova, secondo cui “in realtà tale atteggiamento era da ricondurre all’estremo favore nei confronti degli Ambrosio a cui erano stati erogati centinaia di miliardi senza alcuna garanzia reale oppure, quando già il gruppo era in situazione di decozione, senza richiedere alcun rispetto di obblighi e condizioni cui il credito era subordinato”. Per il crac di Italgrani Ambrosio è stato condannato nel 2008 in primo grado a nove anni di reclusione, inflitta dalla sesta sezione del Tribunale di Napoli, presidente Sergio Aliperti, più severa di quella chiesta dal pm Vincenzo Piscitelli, che aveva parlato di otto anni e sei mesi di reclusione.

GFproprietà Ambrosio alla Gaiola