Pubblico e faccio mia la lettera di una mia amica che, a proposito di pensieri in libertà, esprime, da artista, il suo punto di vista a proposito dell’arte, frammentandolo, o contaminandolo se preferite, con alcune riflessioni sull’amore.
Personalmente credo non vi sia confine tra quello che si ama fare, che sia lavoro, forma di arte, o altro, e l’amore per una persona; sia il primo sentimento che il secondo, che si fondono pur restando divisibili e riconoscibili, sono legati alla variabile rappresentata dall’oggetto dell’arte o del lavoro, se sono vivi, e al flusso in variazione continua generato dalla fitte rete di interscambi emozionali, che solo la persona che si ama, anch’essa viva, emozionante, può dare.
Posso dire che l’amore è il flusso più potente e prevaricante che occupa stabilmente, anche se non staticamente, il pensiero. Posso dire che gli elementi che compongono quel flusso hanno bisogno di esserci tutti altrimenti non si attiva, non prende velocità, non occupa, non si insedia, nutrendola, in ogni cellula del corpo.
E il nutrimento, e che nutrimento, crea dipendenza…ed è per questo che non può essere interrotto, rimanendo schiavi dell’amore e quando questo avviene, persino la sottomissione è dolce.
Credo che nella vita gli amori siano di importanza primaria. Non ci può essere evoluzione nel proprio lavoro, nell’arte e nel pensiero se non si ama quello che si fa. E’ quasi inafferrabile la sottilissima differenza che c’è con l’altro amore, quello per una persona; come dire, quel flusso è un circuito chiuso che dipende solo da te stesso, nel quale è persino possibile trovare riparo dalle delusioni, dalle sconfitte, dalle ingiurie, da tutto quello che ti sembra blasfemo. L’amore per il lavoro è il rifugio dalle intemperie, è il luogo inaccessibile dove nessuno, nessuno, può interferire. E’ la tua casa, la tua nazione, quando non ti riconosci in niente di tutto quello che viene fatto all’esterno, fuori da te stesso.
A decidere tra la vita e la morte, cara amica mia, non è il destino o la vecchiaia, non si muore per malattia, si muore per mancanza di amore. Si muore perché non ci si aspetta più la felicità, si muore perché la passione di esistere viene a mancare. Gran parte degli uomini, sciocchi, nan hanno capito che è l’emozione, la grazia, a dare e togliere la vita.
Gli oggetti del lavoro diventano tuoi complici, non ti tradiscono mai.
Se il lavoro è un’opera d’arte, o un progetto, la fitta rete relazionale tra te è il risultato finale, o quello che resta, si addensa al ritmo frenetico del trascorrere del tempo, arricchendosi di tutti quegli elementi che fanno parte, intimamente, di te, uno stomaco che tieni sempre zeppo anche quando ti sembra che stai per vomitare, dal quale tiri fuori memorie conservate per chissà quale meccanismo perverso e che riesci a digerire solo dopo averle consumate. Ti lasci suggestionare e trasportare da un racconto che da un certo momento diventa autonomo, tenendosi in piedi da solo, un racconto ricco di sensazioni a contorno che come galassie incantate restano intatte anche rivisitandolo a distanza di anni. Per questo è importante che ci sia.
Il lavoro e il suo risultato non possono “essere” se non come parte integrante del racconto che gli permette di esistere.
Scusa, cara amica mia, se mi sono fatto prendere la mano, ancora una volta, dalla suggestione, ma questo breve racconto servirà a rendere la tua lettera viva, intensa e nostalgica più di quanto non lo sia già.

“Caro amico mio,
ho pensato molto a quei discorsi che si perfezionavano confrontandosi, e più lo scambio e i pensieri rimbalzavano, più mi sembrava tutto più chiaro.
Il mio non era amore.
Nelle mie vene non scorre l’ispirazione che mi avrebbe permesso di rappresentare agli altri il mio pensiero. Forse non c’è nemmeno il pensiero.
Non so se può essere inclusa tra le possibili forme dell’amore, ma il mio era rivolto al suo pensiero, a quei flussi che scorrevano veloci scintillando attraverso i suoi occhi come incontenibili, trasudanti, schegge impazzite.
Avrei solo voluto fare miei quei vortici che mi affascinavano, accendevano il mio sguardo, liberavano la mia mente da quelle odiose assurde catene… rendendomi finalmente viva.
Ero terrorizzata. Mi sembrava che avessi potuto amare quell’uomo per tutta la mia vita ma sapevo che qualcosa lo avrebbe impedito.
Non era amore.
Volevo il suo amore, comprendimi, volevo solo fare mio il suo amore, per rendere possibile il mio pensiero e manifestare al mondo intero la bellezza eterna del mio spirito.
La vita sulle ali dell’arte sorvola la macelleria del tempo”.