Quando qualche anno fa una signora mi chiese quale fosse il mio stile, risposi, appellandomi a Mies, che non è quello il problema ma la prestazione. Tuttavia, la signora aveva ragione a formulare quella domanda perché sembra che sia solo ed esclusivamente lo stile a condizionare, indirizzare e dominare la costruzione contemporanea. Ma cosa si intende con stile? Il “Vocabolario etimologico” di Ottorino Pianigiani del 1907 riporta che il termine, dal latino Stilus e dal greco Stylos, significa colonna, mentre dal computer la colonna dei sinonimi “Thesaurus” riporta: forma, espressione, ordine, scuola, tendenza, tecnica, mano, modo, maniera, lingua e linguaggio; atteggiamento, modo di fare, comportamento, condotta, contegno, carattere, natura, indole; abitudine, consuetudine, usanza, uso, costume; correttezza, classe, eleganza, sobrietà, signorilità, taglio, linea, foggia, tipo, stampo, impronta mentre fra i contrari c’è maleducazione, grossolanità e villania. Cliccando su questo termine “Thesaurus” elenca offesa, insulto, volgarità, ingiuria e oltraggio che a sua volta rimanda a trasgressione, inosservanza, danno e devastazione. Ora, basta percorrere il nostro territorio per accorgersi che è devastato dallo stile dell’architetto mentre lo sguardo cerca appagamento nei superstiti casali in tufo costruiti proprio dai villani, probabilmente analfabeti. L’alterazione dell’ambiente, ridotto a semplice sfondo per i capricci dell’uomo contemporaneo, attinge dalla miriade di stili reclamizzati dai mass media come qualsiasi merce. Però, proprio come la moda, la presunta originalità del vasto campionario di stili ipermoderni si è puntualmente rivelata nel suo contrario, cioè un banale conformismo che sta divorando se stesso.
La moda del fuori piombo e dei volumi contorti l’abbiamo subita, mentre a ben poco sono servite le deboli resistenze delle mode precedenti, tutte orgogliosamente nostrane: neorealismo, neoliberty, radicalismo e la tendenza. Questa, che non voleva essere una moda, lo è divenuta a causa dei suoi stessi promotori però, è stata la più originale. Al contrario Il post-modern era d’importazione ma da noi aveva trovato eccellenti esegeti ed apostoli.
Invece, l’ultima moda confezionata in Italia non è stata stilistica ma intellettuale e critica: la “crisi del moderno” sancita con grande autorevolezza da Manfredo Tafuri. Aver liquidato una tradizione che invece si presenta ancora salda e vitale è stato un grave errore perché le chiavi di lettura – come gli altri impalcati critici formulati in Italia – sono state fatte prevalentemente all’insegna della forma, cioè del linguaggio e quindi dello stile. In altri contesti europei e americani, la tradizione del moderno ha proseguito il suo corso riservando insospettate potenzialità, anche espressive, proprio continuando ad interrogare i materiali, la struttura, lo spazio e l’uso. Questo perché il moderno non è stato uno stile ma soprattutto un modo il cui “nodo” è, letteralmente, contenuto nel trattato di Gottfried Semper, paradossalmente intitolato Der Stil, in cui l’architetto tedesco ricercava le matrici dell’architettura nelle tecniche costruttive in rapporto alle attività umane. Presupposti di quel genere consentono oggi a Peter Zumthor di realizzare con il fuoco un edificio ad alto contenuto simbolico come la cappella del santo Bruder Kraus nella regione dell’Eifel in Germania.
Ora se si accetta che il moderno – non il Movimento Moderno o le sue riduzioni storiografiche – consiste “nell’adeguamento della forma e dei mezzi allo scopo”, moderni ci appaiono tutti quegli edifici che manifestano i principi insediativi dell’abitare. Infatti, se continuiamo ad ammirare le case coloniche è forse perché inverano quel pensiero di Martin Haidegger secondo cui
Sandro Raffone
E allora c’è qualcosa che non va nel sistema di apprendimento, trasmissione nonchè restituzione delle “nozioni”. Il Prof ha molta ragione a ravvisare un certo ego-ismo da parte dell’ Architetto nei confronti dello spazio “moderno”, (atteggiamento, tra l’altro, presente in molteplici campi che prevedano un concetto di “Scuola”) ma allora siamo di fronte ad un enorme paradosso. Com’è possibile che anni di studio e formazione di mezzi, nonche’ acquisizione di Tecnica -nel senso di Teknè- portino ad uno sgretolamento del gusto in primis e poi alla perdita, prima ancora che si sia acquisito effettivamente, dello stile? Lo stile in effetti sarebbe qualcosa che appartiene non a questo mondo, ma che in questo mondo, credo, dovrebbe avere le sue valide premesse per essere solo lontanamente individuato e -in maniera utopica- applicato. Anni di studio che portano al suicidio dei mezzi, insomma. Confusione.
La riflessione è profonda ma la condivido solo in parte.
La prima parte è perfetta: c’é sicuramente qualcosa che non va nel sistema di apprendimento o trasmissione delle nozioni, oppure è solo “normale” che sia così, altrimenti l’Architettura sarebbe una scienza esatta.
Adalberto Libera diceva che l’architettura è l’unione di metri, chili, lire, opinioni ed emozioni.
I primi tre parametri formano, o concorrono a formare la tekné, gli ultimi due fanno la differenza e sono naturalmente diversi per ciascun individuo.
Non capisco, però, perché anni di studio debbano portare allo sgretolamento del gusto che trovo, peraltro, totalmente distaccato dallo stile. Quest’ultimo, se proprio vogliamo considerarlo, è il risultato e deve stare alla fine del processo progettuale.
Quello su cui non sono proprio d’accordo e che tu non debba firmare le tue opinioni.
GF
Nulla, pensavo al fatto che il gusto, penso, sia strettamente correlato alla nostra formazione per non dire propensione e allora vien da sè che confluisca nell’identificazione verso un certo “stile”. Pero’ non ne sono convinta del tutto. Invece lo smarrimento maggiore nasce dal fatto che sembra che piu’ ci si informi, “si studi” e piu’ ci si imbastardisca da un certo punto di vista, o meglio, sembra che piu’ nozioni immagazziniamo e maggiore è la voglia di “strafare”, mentre mi sa che il segreto sta nettamente agli antipodi, ossia recuperare quella forma di semplicità, svestirla di quella presunta complessità, o forse il contrario, ma di sicuro se uno studioso, lo stesso Prof Raffone o lei, ravvisate giustamente che al giorno d’oggi ci sia una pecca nei confronti dell’ Architettura contemporanea, riassunta in una frase come “basta percorrere il nostro territorio per accorgersi che è devastato dallo stile dell’architetto mentre lo sguardo cerca appagamento nei superstiti casali in tufo” allora è triste ed avvilente per uno studente. Voglio dire, allora è vero quando si dice che si stava meglio quando si stava peggio? E non ultimo, che tipo di processo di apprendimento conviene avere per non far danni? Di cosa bisogna interessarsi? E come si fa, ad esempio, ad avere quella sensibilità di cogliere un elemento discreto ed essenziale foriero di modernità -sto riferendomi alla lieve curvatura di quella scaletta in una costruzione ad Isernia, mi sembra di aver letto- per poi utilizzare questa presa di coscienza verso la composizione di propri lavori? Che poi questo voglia dire avere un certo stile, sta anche bene, ma allora come ci si avvicina alla definizione di questo stile rispettoso?
P.s. chiedo scusa per l’anonimato, ma non era necessariamente voluto e non credevo fosse importante, è che il mio nome non le dirà assolutamente nulla e mi faceva simpatia la scelta di un nick 😛 Pero’ se vuole glielo dico, ci mancherebbe.
Certamente lo stile, come la forma, è solo il risultato del processo progettuale, che invece parte da altro: dall’interno, dalle funzioni, dai temi, non dall’imitazione o la riproduzione di un segno già esistente dentro e/o fuori di sè, compiuta per ragioni di comodo o per ego-ismi.
Gropius non amava l’espressione “stile”, ma parlava di “unità metodologica”, forse proprio per dar ragione al procedimento della composizione e non, banalmente, alla sua espressione finale, alla quale troppo spesso si rischia di mirare, senza dare importanza al corpus.
Sarebbe una vera conquista, oggigiorno, che allo “stile”, cioè il risultato di una composizione, corrispondesse il gusto, o meglio, il buongusto, che troppo spesso continua a venir meno. “La moda del fuori piombo e dei volumi contorti” provoca, talvolta, un ribrezzo quasi fisico e si spinge al limite del sensato.
Tuttavia le tendenze attuali, come tutte le espressioni architettoniche succedutesi nei secoli, Lei diceva, sono proprio il frutto anche di opinioni ed emozioni, influenzate dai contesti e dalle correnti culturali, o addirittura dalla mancanza di questi.
Il sapere e il saper fare in architettura, quindi lo studio e i mezzi, sono solo uno strumento sempre esistito, esistente e valido in sè; è nella maniera cerebrale con cui si adopera con essi che si può percepire uno sgretolamento del gusto-buongusto. Troppo spesso, già a partire dalla trasmissione accademica, si nega la scelta intellettuale di fronte alla teknè, col risultato di tramandare un vuoto eclettismo senza indirizzo, modulato da un giudizio puramente estetico. Il saldo affermarsi a dei principi validi da secoli, nell’uso dei propri mezzi, costituisce, a mio parere, l’unica forma di salvezza per l’architettura e i sani architetti.
Mi sento colta anche io nel “rimprovero” circa l’anonimato. Corrisponde, per quanto mi riguarda, a una remissività forse eccessivamente sentita rispetto alle tematiche e i Maestri, e anche, se posso permettermi, a una coerente forma di annullamento dell’Io.