Qualche tempo fa parlavo della maturità e di come questa possa tradursi in pura sintesi espressiva.
Riporto alcuni brani di un’intervista pubblicata sul numero 800 di Casabella, le cui parole, i concetti, mi hanno accarezzato le parti più profonde dell’anima.
“La storia comincia con mia nonna: avevo otto anni, eravamo poveri e per farmi giocare lei mi dava i pezzi di legno che usava per la stufa dopo averli presi tra gli scarti di una falegnameria; seduti sul pavimento, con quei pezzi di legno costruivamo città. Quando avevo sedici anni andai a una conferenza all’Università di Toronto, dove abitavo; un uomo con i capelli bianchi mostrò una sedia in legno ricurvo e alcuni edifici; era Alva Aalto ma io non sapevo chi fosse; mi colpì e non l’ho più dimenticato.
Nutrivo già una passione per l’arte e avevo visto una mostra di quadri di Le Corbusier – che come sai bene anche tu sono orrendi – ma che dal punto di vista di un architetto che pensa l’architettura disegnando, erano molto stimolanti.
Rimasi in Francia per circa un anno. Non avevo denaro ma possedevo una automobile alla quale tenevo molto perché ci consentiva di viaggiare. In Italia e in Francia mi sono innamorato delle chiese romaniche. Per la prima volta vidi la decorazione diventare dura. Per un nippocentrico come me, per il quale la decorazione era un peccato da ricchi come aveva detto Adolf Loos, fu una scoperta.
Vèzelay, Tournus, Digione, Autun… quell’architettura semplice, silenziosa, anonima, quasi non-architettura, insegnava ad impedire alla debolezza delle tue idee e del tuo spirito di contagiare il quadro così grande in cui si inscriveva.
…pausa per riflettere e riprendersi (ndr)…
Gordon Drake è morto in un incidente di sci nel 1952, quando aveva trentacinque anni. Non l’ho mai conosciuto personalmente, ma andavo pazzo per il suo lavoro. Poi c’erano personaggi come Neutra e Schindler: il primo era insopportabile, mentre il secondo era molto simpatico.
Gregory Ain è stato un mio insegnante. Mi piaceva molto anche perché era molto di sinistra…
Il fatto è che in quegli anni mi resi conto che quell’idea di architettura anonima che avevo condiviso a partire dalla mia formazione, non si traduceva in alcunché di riconoscibile, ma in uno stile pretestuoso, forzato, affettato, che non metteva alla prova il talento e l’intelligenza… vedi, il fatto è che non puoi sottrarti a te stesso: puoi sforzarti di ripulire ed eliminare quanto vi è di personale nel tuo lavoro, ma alla fine questo non è onesto.
…pausa per riflettere e riprendersi (ndr)…
Così, anche perché allora frequentavo soprattutto gli artisti e non gli architetti, ho cominciato a capire che tentare di esprimersi non è un crimine e che in questo mondo non ci sono né regole né ruoli stabiliti una volta per tutte.
La cosa più onesta che potevo fare era esprimere me stesso, come insegna il Talmud. Uno psicanalista di cui conservo ancora la fotografia nello studio mi ha aiutato ad essere me stesso e a capire che sono soltanto una persona che non può da sola cambiare il mondo; allora ho cominciato semplicemente a fare il mio lavoro, facendolo senza pensarci troppo… Continuavo e continuo ad essere innamorato dell’architettura giapponese, ma ora la tratto soltanto come una informazione, non come un modello”.
