La dottrina pitagorica dei numeri ha come punto di partenza la Grande Diade comune a tutte le principali tradizioni metafisiche della Grecia antica. Essa è costituita dall’identico, o Monade, o Uno, e dal Diverso, Due.
Considerando la Grande Diade nei termini di unità e di molteplicità indeterminata, il numero pitagorico rappresenta l’unità del molteplice che è la legge o l’ordine impresso all’informe e al mutevole. Da qui ha origine il simbolismo dei numeri: anzitutto l’Uno, poi la dualità, principio della differenza e del diverso, poi il Tre, che è l’Uno aggiunto al Due o appunto l’unità del molteplice oppure alla forma unificata e delimitata da un numero.
Il Quattro, o Tetrade, che abbraccia il concetto di Cosmos e quindi dell’armonia, che sommato ai primi tre numeri forma la Decade, il Dieci, base di tutto l’ordine cosmico.
Ma l’insegnamento non ignorò il substrato, o residuo di caos o “infinito”, che convive con la forma rappresentando l’irrazionalità.
Il caos, o infinito, l’irrazionalità, quando appartengono a forme coscienti ed elevate di espressività, rappresentano l’estro, la genialità.
L’espressività artistica, analizzata costantemente e rigidamente controllata da un sistema di regole armoniche, non è naturalmente l’unica possibile e la storia dell’arte ce lo dimostra in tutte le epoche.
Il mancato ricorso ad una qualsiasi “gabbia” geometrica, non deve necessariamente essere identificata con l’arbitrio, anzi, l’artista o l’architetto che lavora “fuori dagli schemi” può trovarsi in una fase avanzata del proprio percorso. Può avere già acquisito, cioè, il proporzionamento armonico delle parti nel proprio bagaglio segnico e restituire forme e composizioni in apparente stato di libertà nello spazio. Può essere, ancora, parte di schemi proporzionali smontati e ricostruiti attraverso la propria sensibilità, introducendo un ulteriore strumento di lavoro rappresentato dalla memoria, più o meno distorta, delle cose. E’ quell’aspetto della irrazionalità che può affiancare al lavoro dell’architetto costruttore l’espressione artistica.
E’ in quest’ottica che inquadrerei l’opera di grandi artisti, distruttori della forma e delle strutture ad essa collegate, della riconoscibilità oggettiva legata al figurativismo, come Pablo Picasso.
Ma si può non arrivare a rendere irriconoscibile il soggetto dell’arte attraverso la rottura caotica degli schemi e delle cose rimanendo figurativi, spogliando l’arte delle sole sovrastrutture per legarla indissolubilmente alla realtà.
L’opera pittorica di due artisti geniali come Michelangelo e Caravaggio, tocca, in questo senso, i livelli più elevati mai raggiunti dall’uomo; ma basterebbe osservare attentamente qualsiasi dipinto appartenente alle stesse epoche, per distinguere chiaramente regola ed estro. Le aree descritte e lasciate libere dalla struttura geometrica sono lasciate alla sensibilità e valore dell’artista; l’espressione dei volti, la sinuosità dei corpi, il paesaggio, i panneggi, sono parte integrante del “racconto” ma possono essere sviluppate autonomamente, così come altrettanto autonomamente può essere utilizzata la sola struttura armonica o le derivazioni di questa.
E’ chiaro che, nel primo caso, sarà l’arbitrio, oltre che le soggettive capacità compositive istintive, a fare la differenza. E’ in quest’ottica che mi piace guardare, mettendole insieme, le opere di pittori, scultori e architetti che, a mio parere, a prescindere dalla natura della materia utilizzata, hanno saputo insinuarsi negli spazi liberi della rappresentazione, nelle aree dove scivola morbidamente la luce, sia essa naturale che artificiale.
E’ questo il concetto che doveva avere capito bene Michelangelo Merisi, per avere eletto la luce, quella artificiale, a protagonista unico della rappresentazione della vita, quella reale, quella fuori dagli schemi, appunto, cui ci avevano abituato le auliche tematiche dei suoi predecessori.
E’ nella morbidezza dei panneggi rinascimentali che mi piace collocare il lavoro di Frank Gehry, con una punta di amarezza per il mancato uso di quel riferimento da parte di un architetto italiano.
L’architetto, sempre in bilico tra il mestiere e l’arte, deve osservare un parametro in più, rispetto all’artista puro, la costruzione, dalla quale non può prescindere.
La tentazione della libertà di espressione, generatrice delle ardite forme della modernità, supera, solo apparentemente, i valori della costruzione; in realtà è la stessa costruzione che evolve verso nuove regole, nuovi parametri, anche se alle volte l’abuso di materiali e tecnologie, sostenuti dall’ingegneria, è a discapito dell’economia.
Per tornare all’origine di questa breve dissertazione attaverso una efficace definizione di Adalberto Libera dell’architettura, come disciplina che riduce a unità il molteplice, “La composizione architettonica organizza nello spazio metri, chili, lire, opinioni ed emozioni”.
