Il particolare tema della sepoltura, considerato da Adolf Loos arte, così come il monumento, è l’oggetto di alcune riflessioni cui mi sono riferito per la progettazione.
La presenza di soli due prospetti, insieme alla richiesta di uno spazio interrato, danno una forte vocazione alla spazialità interna con ben sei metri e venti centimetri in altezza formati dai due livelli.
Non di secondaria importanza le ridotte dimensioni planimetriche, 350 x 300 centimetri, che rendevano difficilissima la coesistenza di elementi diversi dall’ingombro dei loculi.
Le ristrettezze dimensionali sarebbero state le virtù di una cappella gentilizia che il visitatore avrebbe percorso solo in senso altimetrico, trovandosi inesorabilmente “ingabbiato” subito dopo averne oltrepassato l’ingresso e, peggio, dopo averne percorso la rampa strombata che conduce ripidamente all’interrato. Qui i muri toccano, sempre più insistentemente, il corpo di chi scende quasi a pretenderne la fusione; lo stretto passaggio di 48 centimetri, invisibile nella prospettiva in penombra, ed in controluce rispetto al fascio che arriva dall’alto (che è anche filtrato dalla struttura in ferro), non consente via di scampo.
La sensazione, l’emozione, sono quelle, indimenticabili, delle sepolture egizie: grandi camere sepolcrali raggiunte tramite strettissimi cunicoli in discesa che inghiottono.
Dalla quota inferiore è visibile tutto lo spazio interno, data l’eliminazione del solaio intermedio e la sua sostituzione con una grata in acciaio a maglie larghe. Questa, a quota del marciapiede, non arriva alla parete verticale dei loculi, formata dalla continuità delle lastre in Nero assoluto intervallate dalle putrelle in acciaio, ma si ferma alla stessa distanza stabilita dal passaggio sottostante (48 centimetri).
Il visitatore non può, quindi, portarsi con il corpo a contatto delle lastre, ma può solo toccarle con le mani.
Questo è lo spazio sacro della cappella che, in quanto tale, non è occupato da elementi estranei (portafiori, portacandele, lumini, ecc.). Uno spazio sacro laico, perché privo di qualsiasi icona religiosa, che contiene gli elementi del dubbio e l’assenza delle certezze tipiche della fede: il vuoto infinito, iconicamente rappresentato da due specchi collocati a terra e al soffitto uno di fronte all’altro.
L’assenza di aperture sulle uniche due pareti esterne, provoca una condizione di semioscurità, attraversata dalle linee di luce che filtrano attraverso una miriade di fori praticati nelle lastre metalliche di chiusura orientate a est. Nelle ore pomeridiane la luce filtra solo attraverso il “canale” verticale di fronte alla rampa. Le due pareti di chiusura, all’esterno, nelle parti non caratterizzate da elementi quali la porta di accesso e le lapidi, sono completamente lisce e portano le tracce di un dimensionamento geometrico.
Il cosiddetto “Latercolo pompeiano” sull’ingresso “inizia” il fruitore, vivo o morto, alle nuove regole spaziali di quel “non luogo” interno azzerandone la memoria.


