Non assistevo a una lezione di Nicola Pagliara da una quindicina di anni.
E’ accaduto l’altro giovedì.
Ho letto, durante questi anni, alcuni suoi interventi scritti su diversi giornali, che non entravano nel merito dell’insegnamento dell’architettura, ma che mi risarcivano di quella napoletanità perduta in quest’epoca di profondo oscurantismo e crisi del pensiero.
Dopo tutto questo tempo le sue storie non sono cambiate; ne ha affinato la sintesi.
Il mio vecchio maestro ha raccontato la sua idea di architettura attraverso quell’unica immagine del tempio di Apollo a Basse e la sequenza finale di Otto e mezzo di Federico Fellini.
Non ha parlato alla platea universitaria di tecniche e metodologie con le quali si progetta e costruisce; ha parlato degli “appoggi metafisici” che un architetto, ma anche un’artista, un poeta, cerca e trova per immaginare lo spazio e articolare la composizione.
Una tavola imbandita di effimero a vitale riscontro di chi con tenacia e resistenza percorre quella strada indicata tanti anni fa, le cui informazioni continuano a rimbalzare, precise, di stanza in stanza, di mattone in mattone.
La sintesi del pensiero lucido di un vecchio architetto che non ha mai smesso di credere che i muri si nutrono delle storie di chi li costruisce; che a sua volta vive di tutta la gente che ha incontrato, lasciando in se tracce impercettibili, e di tutte quelle persone care che ne hanno modificato il pensiero.
Il tutto traducibile con un’unica parola: nostalgia.
Lo spazio, la luce e la materia, governati attraverso le suggestioni della nostalgia, di una vita vissuta ad assorbire come una spugna tutte, tutte, le esperienze, anche quelle solo immaginate e riportate alla luce attraverso la memoria che ne trasforma i contorni.
Fatti, memorie, storie, capacità compositive, tecniche, che mescolate e filtrate assumono la forma, il sapore e l’odore dei sogni.

GF