Si racconta che una volta Wright disse a Sigfried Giedion che entrambi si occupavano di storia ma mentre lui la faceva, l’altro la scriveva. Credo che Wright avesse torto, la storia la fa soprattutto chi la scrive e, per esempio, oggi non sapremmo nulla della guerra di Troia se qualcuno non l’avesse narrata. “Prima fu il verbo” dicono le scritture e questo, è noto, vince spesso sulla pietra. Ciò che non è scritto semplicemente non esiste: lo sapeva bene Loos, l’impubblicato, come lo sapeva Le Corbusier e lo stesso Wright mentre l’architettura di Palladio non avrebbe avuto diffusione planetaria senza il supporto dei suoi “Quattro Libri”. È pur vero che qualche volta il tempo ribalta i giudizi e se alcune opere perdono la centralità che le resero celebri, altre escono dall’oblio. In genere però l’influenza delle prime valutazioni – quelle divenute storiche – continuano ad avere il credito che gli fu attribuito. Per esempio il ruolo di Rudolf Schindler è stato offuscato da quello del suo amico e corregionale (peraltro assolutamente meritorio) Richard Neutra, mentre ci sono voluti anni per riabilitare progettisti di talento come Vaccaro e Mazzoni. Altri, come Pulitzer Finali, Pantano, Petrucci o Fariello continuano ad essere pressoché ignorati mentre figure come Vitaliti o Pettazzi sono del tutto sconosciuti, anche se ad Asmara hanno costruito edifici divenuti simbolo della città.
Da poco sono tornato dall’Olanda dove, a fronte dell’estesissima qualità e quantità di architettura moderna, le opere di Willem Marinus Dudok hanno rinnovato le profonde emozioni vissute quando le vidi la prima volta. Al contrario, vicino al mio albergo ad Amsterdam, ho imputato all’ego di un giovane aggiornato un curioso edificio privo di anima. Confesso che l’impressione di opacità non è mutata quando ho scoperto che l’autore è Rem Koolas. Per questo consiglio gli allievi di selezionare le cose da guardare cercandole anche fra le pieghe dei manuali di storia e soprattutto uscendo dai binari degli schemi consolidati di libri e riviste. Per condizione sono un funzionalista e per convinzione un razionalista, eppure non posso non paragonare lo sbilanciamento che persiste a favore di Oud, meritevole di essere stato presente nei momenti e luoghi che contavano. Trent’anni fa ho ammirato il blocco residenziale a Hoek van Holland ma già allora mi sembrava esagerata la posizione che la critica storica assegnava ad Oud ponendolo fra i grandi maestri della modernità: Wright, Le Corbusier, Mies e Gropius. Questo giudizio è certamente ridimensionato nella recente “Storia dell’architettura contemporanea 1750 – 2008” di Marco Biraghi, nondimeno di Dudok c’è solo un cenno e neppure un’immagine del municipio di Hilversum. Forse per i critici il limite di Dudok è di essere stato solo molto bravo.
Credo che l’uscita di una nuova storia dell’architettura sia un evento storico e poiché avevo stilato un appunto sulla presentazione del libro di Biraghi, alla luce di queste riflessioni lo riporto insieme al resoconto di una lezione di alto profilo fatta da un bravo architetto a conclusione dell’incontro. Il libro è stato presentato il 21 gennaio di quest’anno nell’aula Gioffredo di Palazzo Gravina a Napoli da uno storico dell’architettura, un critico d’arte ed un architetto. Il primo, Benedetto Gravagnuolo, è stato come suo solito preciso e comprensibile tracciando i caratteri salienti delle storie dell’architettura moderna che si sono succedute dagli anni Trenta con i relativi esiti sulla stessa architettura. Il secondo, Vincenzo Trione, è un gettonato critico d’arte che (riporto gli appunti annotati nel taccuino) ha detto . Poi, citando Adorno, ha concluso che .
Anche la sua esposizione è stata fatta all’insegna dell’estetica del racconto, tuttavia mi chiedevo quanto gli studenti potessero riuscire a comprendere di quella dotta relazione. Inoltre, poiché viviamo nello spazio reale, mi domandavo quando e chi scriverà una storia dell’architettura soprattutto sugli effetti e non solo sulle intenzioni? Un testo che finalmente escluda ciò che è ormai inservibile, magari partendo dagli allievi per risalire alle matrici dei maestri?
Continuando a tenere aperti i miei interrogativi dichiaro che il libro di Biraghi è indubbiamente interessante: ho letto per intero i due volumi iniziando dai temi preferiti e da quelli a me ostici. Vi sono riportati tutti gli argomenti classici della modernità ma, come annunciato da Trione, entro una taxis diversa. Biraghi riscrive l’intera vicenda in modo antieroico ed ha la capacità di narrare gli eventi mantenendo una certa distanza dalle opere e dagli autori senza fare sconti a nessuno. Inoltre, forse per la prima volta, l’autore ha tracciato un impalcato completo del contemporaneo, cioè l’ultima ventina d’anni, che probabilmente è prematuro definire storica ma che illumina sui principali eventi in corso. Voglio rassicurare gli allievi ed il lettore normale che i due volumi sono di facile e piacevole lettura ma hanno il grave difetto di essere assai carenti d’immagini. La scarsità d’illustrazioni è ancor più irritante considerando che l’autore riesce ad essere descrittivo senza mai divenire pedante. Sono moltissime le opere citate e prive di immagini che non ho trovato sui miei pur numerosi libri. Ho provato a cercarle nel web ma non funziona: i due volumi fanno sentire l’urgenza di organizzarne un terzo con foto e disegni di tutte le opere descritte, magari ordinate secondo le pagine di riferimento. Mi permetto pure di consigliare l’editore di abbassare il prezzo: i 30 euro a volume nel formato economico PBE li rende esclusivi e quindi inutilizzabili dagli studenti. A parte qualche sbilanciamento per eccesso d’attenzione e qualche più eloquente ed ingiustificata assenza, specie sulle vicende italiane (quelle meridionali sono praticamente assenti e perfino Cosenza è citato solo in rapporto ad Adriano Olivetti), in genere l’autore tende a rinviare al lettore la responsabilità del giudizio. Solo alla fine Marco Biraghi prende posizione e lo fa in modo assai chiaro.
Come assolutamente chiaro è stato l’intervento di Francesco Venezia, il terzo relatore, che ha esordito sulla profonda eclisse del pensiero architettonico come si evince dalle riviste dove l’unica parte viva è la pubblicità. Quindi, ricordando che nel 1937 Le Corbusier scrisse che “l’architettura è la costruzione di un rifugio nel quale mettere al riparo corpo, cuore e pensiero” e poi rammentando che secondo Stravinskij “la rivoluzione è un movimento che torna al punto di partenza, è cioè un’involuzione”, Venezia ha affermato .
Venezia ha concluso l’intervento proiettando un suo disegno – con una scritta illeggibile e la data 02 / 10 / 07 – dove una linea d’orizzonte interseca le punte annerite di alcuni triangoli di varie grandezze mentre, fra queste, si confonde una sola piccola punta, non annerita e priva della parte sottostante, cioè senza profondità. .
Francesco è persona gentile ed educata; per questo li ha chiamati turaccioli…

Sandro Raffone
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